Cultura & Società

CHI È CHE È PRIMA.

ALCUNI APPUNTI SU SOVRANISMO, FASCISMO

E RAZZISMO

di Francesco Muzzioli

Se ammettiamo ‒ come si dice: ammesso e non concesso ‒ che le risorse siano limitate e che dividerle paritariamente vada a svantaggio di tutti, è allora necessario, sembrerebbe, stabilire un ordine di priorità (chi passa per primo, chi mangia per primo, chi spara per primo e via dicendo e primeggiando). È questo il sovranismo?

Il sovranismo è l'attuale indicazione di destra. È il fascismo di oggi. Il suo significato principale è la rivendicazione di sovranità nazionale contro le ingerenze esterne, una sorta di isolazionismo, di aggiornata e relativa autarchia. In realtà la destra aveva cavalcato fino a poco tempo fa un sovranismo alquanto ristretto, legato alla macroregione, alla regione, al campanile; sembrava destinata ad andare sempre più in piccolo e ridursi al quartiere, al condominio, all'individuo singolo. In fondo questo attuale allargamento "nazionale" dovremmo vederlo come un fatto positivo, salutarlo come un'inversione di tendenza. Chissà che, un poco per volta, non si riesca a fare un passo ulteriore e a elaborare seriamente un orizzonte europeo, con una sua identità (purtroppo, per il momento, i nostri sovranisti vedono nella nazione il limite massimo, un non ultra, un confine non transitabile, tant'è che lavorano a distruggere l'Europa).

Ma torniamo alla priorità. Se ha bisogno di difendersi dal mondo esterno, all'interno il sovranismo si declina per l'appunto, secondo un ordine, una gerarchia di precedenza. Chi viene prima? Nella sua variante trumpista, l'imperativo è incappato nella perversità della sineddoche. «America first!», ha tuonato il magnate biondastro. Nessuno gli ha fatto notare che trattasi di sineddoche totalizzante (il tutto per la parte, specie rara in retorica) e che i messicani o qualunque altro abitatore del triplice continente avrebbe a buon diritto esultato, "bene, eccomi, il primo son io! sono o non sono americano?" Nel caso nostro di "prima gli italiani", formula che pare ogni volta reiterarsi generando mirabolanti consensi, simili pericoli non dovrebbero esserci... E però il problema è: ma chi sono gli italiani? Esistono davvero gli italiani?

Una risposta potrebbe essere: quelli che devono venire prima sono quelli che ci stavano da prima. Il posto privilegiato nella gerarchia spetterebbe a coloro che vantano una priorità temporale. "Quelli di prima". Ma è chiaro che la regressione cronologica ha da essere di corto respiro, perché dietro chi ci stava da prima c'è qualcun altro che ci stava da ancor prima e si potrebbe retrocedere all'infinito. Insomma, bisogna supporre che gli eredi di quelli di ancor prima siano al tutto estinti (verrebbe da dire che il sovranismo si fonda sul genocidio). Che la fissazione della primazia comporti qualche incubo lo dimostra la scrittura horror di un Lovecraft dove "Quelli di prima" sono i "Great Old Ones", creature mostruose e colleriche, pronte a uscire dai loro ricettacoli con intenzioni niente affatto benevole. Dopotutto, se si fa a chi c'era da prima, non hanno neanche tutti i torti.

Lasciamoli perdere nelle fantasie della letteratura. Rimaniamo alla questione identitaria. Ammesso (e non concesso) che debbano venire prima gli italiani, sappiamo dire chi sono? A stabilirlo soccorrono i fascisti di un tempo. Quelli di oggi potrebbero ben ispirarsi al Manifesto degli scienziati razzisti del 1938, che contiene i principali argomenti necessari. Infatti perché esistano gli italiani occorre dimostrare: 1) che «Le razze umane esistono»; 2) che ci sono «gruppi sistematici maggiori» che «costituiscono del punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente (corsivo mio: ma andrebbe tutto in corsivo!); 3) che «questa popolazione di civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola» (magari togliendo l'"ariano", ormai screditato dai film sull'olocausto, basta che rimanga la priorità cronologica); 4) che le mescolanze sono minime: «dopo l'invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della Nazione», per cui «esiste ormai una pura "razza italiana"»; 5) Ancora, di conseguenza: «è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti» (invece di esserlo soltanto). Il manifesto del ʼ38 si concludeva ammettendo come compatibili gli accoppiamenti «nell'ambito delle razze europee»; questo vedano un po' i sovranisti attuali se lo vogliono conservare o meno...

Il mito della purezza contro l'ibrido, dell'unità contro il molteplice, ecc. E però: non siamo tutti piuttosto mescolati?

Quanto a me, per come la penso, mi pare risolutiva la parabola dei marziani. Si prendano le Martian Chronicles (Cronache marziane) di Ray Bradbury. Qui l'identità ha superato molti confini, si è fatta finalmente planetaria perché gli astronauti sul pianeta rosso devono presentarsi come provenienti dal "Pianeta Terra" (in questo orizzonte, il sovranismo dovrebbe almeno dire "prima i terrestri"!). Ma il rapporto con l'altro è complicato e va incontro a una serie di catastrofi. I marziani si estinguono per via del contagio dei germi venuti da fuori; la Terra esplode nella guerra atomica. Bene: a farla breve, nel finale, una sparuta famiglia di superstiti approda su Marte, ormai pianeta deserto. La fantascienza non è mai del tutto pessimista e forse la vita potrà ricominciare di nuovo. Però uno dei ragazzi insiste, vuole vedere i marziani. Il finale è questo:

  • Erano giunti al canale. Un canale lungo, diritto, sottile, un canale ricco di frescura e di umidità e di riflessi, nella notte.
  • "Ho sempre voluto vedere un marziano" disse Michael "ma non lo vedo mai. Eppure me lo avevi promesso, papà!"
  • "Guardali, dove sono, i marziani" disse il babbo, che si tirò Michael in braccio, indicandogli l'acqua. (...)
  • Erano là, i marziani, nell'acqua del canale, che ne rimandava l'immagine. Erano Tim, Mike, Robert, la mamma, il babbo.
  • E i marziani rimasero là, a guardarli dal basso, per molto, molto tempo, in silenzio, a guardarli nell'acqua che s'increspava lieve...

Il testo originale dice: «The Martians were there». "I marziani erano là". Territorializza l'identità, sì, ma in un modo così paradossale e sorprendente (il bambino, insieme al lettore, lo comprende solo a poco a poco) da scansare qualsiasi prelazione del territorio. Marziano è chi sta su Marte. Insomma, l'identità non la si ha una volta per tutte, ma la si assume, la si costruisce, la si produce, la si cambia, la si strappa, la si mette in discussione: e non ci si lascia cannibalizzare da essa.

Che razza di italiani sono quelli che credono di essere una razza?