CORTO CIRCUITO

CHE FINE HA FATTO IL 68?

IL PERICOLO FASCISTA E LA LETTERA DI GALLI DELLA LOGGIA AL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE

di Luciana Gravina

Ho dovuto leggere e rileggere la lettera, di cui al titolo, per convincermi che davvero il Corriere della Sera del 5 giugno 2018, l'avesse pubblicata, e in prima pagina.

Con la quale il luminare di cui sopra propone al Ministro dieci misure da adottare per migliorare anzi "cambiare" la scuola italiana, e pure subito. A cominciare dal prossimo settembre, suggerisce.

Non mi aspettavo da Galli della Loggia un'avanguardia illuminata, ma neanche un avanguardismo di così sfacciata militanza.

Propone al primo punto la reintroduzione della "predella" sotto la cattedra in ogni aula scolastica per significare "con la limpida chiarezza del simbolo che il rapporto pedagogico ..... non può essere costruito che su una differenza strutturale e non può implicare alcuna forma di uguaglianza tra docente e allievo. La sede della democrazia non sono le aule scolastiche."

Forse ci illudiamo che l'allievo un po' strafatto o istigato dalla famiglia contro la scuola o infiammato dal sacro fuoco dell'onnipotenza (io direi della maleducazione) che hanno i giovani di oggi, si preoccupi di una predella di venti centimetri se vuole minacciare, picchiare il docente o riempirlo di male parole?

Ci sono docenti a cui nemmeno dieci predelle messe l'una sull'altra riuscirebbero a dare autorità.

Ci sono anche dirigenti incapaci di gestire il caos delle loro scuole o forse la propria incompetenza.

E questo è un problema di formazione professionale oltre che di conformazione umana.

Ma, se non è la scuola la prima palestra di democrazia, dove devono impararla i nostri giovani?

Certo, non c'è uguaglianza tra docente e discente perché i ruoli e le funzioni sono diverse ma la differenza non può essere sottolineata, anzi, imposta da un elemento esterno (la predella).

Se il docente è autorevole (non autoritario) l'allievo lo riconosce in una differenza oggettiva e inoppugnabile, e lo rispetta.

Se il docente riconosce l'allievo come persona, nel senso che non lo umilia, non gli dice che è un cretino, che è un avanzo di galera et similia, l'allievo lo rispetta, lo ascolta e lo segue. (Mi risulta che molti dei docenti aggrediti umiliavano verbalmente gli allievi abusando proprio di una malcompresa e malgestita differenza).

Se il docente appassiona i suoi allievi perché è appassionato alla sua professione e alla sua vita, l'allievo lo segue incondizionatamente.

E non è una questione di stipendio basso, fermo restando il diritto dei docenti italiani a riconoscimenti economici meno umilianti.

La contestazione giovanile del 68 chiedeva (parliamo del principio e non delle derive) l'abolizione degli statuti di autorità nel senso di autoritarismo, del potere dei ruoli proveniente dalla legge che non era al passo coi tempi e dalla società degli adulti ancora troppo maschilista, gretta e, soprattutto, ipocrita.

I giovani chiedevano di essere riconosciuti nella società (famiglia, scuola, istituzioni) come soggetti consapevoli di storia.

Proprio sull'onda del 68 la scuola ha cominciato il suo processo di riforma, di democratizzazione, di uscita dalla trappola gentiliana, con un tormentato itinerario legislativo iniziato nel 1970 e terminato con l'emanazione della Legge delega 477, aprile 1973.

Era la prima grande riforma che finalmente rimuoveva le eredità fatiscenti delle leggi Casati, Coppino, Gentile, Bottai, ecc...

Con l'introduzione degli organi collegiali (riconoscimento della funzione consapevole e partecipata della famiglia e degli allievi al processo educativo e formativo), della sperimentazione e della ricerca (riflessione del gruppo dei docenti sulla esatta semantizzazione della locuzione "libertà di insegnamento", sul metodo didattico, sulla scelta comune del "metodos" in quanto "via da seguire", a fronte dell'arbitrio autoreferenziale e quindi non verificabile e valutabile) e con l'esercizio della partecipazione attiva al piano di formazione, la scuola diventava la prima grande palestra di democrazia. Almeno a livello teorico.

Sulla scuola incombeva il pesante compito di individuare i ruoli (anche quelli dei genitori) e di farli recepire dai soggetti coinvolti, perché si potesse esercitare una corretta democrazia.

Ma era difficile.

Bisognava fare i conti con una società in velocissima evoluzione, con la trasformazione delle classi sociali tradizionali in una società "liquida", con la confluenza suicida del pluralismo ideologico nel pensiero unico, con la costruzione parossistica dell'uomo tecnologico, con la prevalenza del mediocre uomo dell'immagine. E con altro.

Ma la storia è progresso, nel senso che l'umanità guarda avanti, e indietro non si torna.

Nella produzione di senso, su cui la storia è fondata, non è contemplata la nostalgia del "come eravamo". E se qualcuno lo fa, non sa egli stesso dove sta di casa, nel senso che è un disadattato.

Tra le altre proposte di Galli della Loggia ce ne è una pericolosa in quanto confligge arditamente col principio di democrazia che anima l'attuale scuola italiana: l'estromissione della componente genitoriale dalla istituzione scolastica.

Significherebbe vanificare il richiamo alla responsabilità parentale nel processo di formazione, istruzione ed educazione dei propri figli.

Che è un diritto-dovere dei genitori.

Significherebbe che i genitori dovrebbe affidare alla scuola il proprio figlio a scatola chiusa. Ma non si tratta tanto di controllare (che sarebbe il meno), quanto di portare all'interno del dibattito i bisogni educativi sociali, del territorio e della famiglia, confrontarli con quelli istituzionali e costruire insieme il piano di formazione.

E allora bisogna farglielo capire ai genitori che devono fare questo e non sindacare il metodo di lavoro dell'insegnante o andare a picchiare e inveire e altro.

Qualcuno glielo deve dire e può farlo la scuola creando opportunità di incontro, o anche di educazione permanente (e quindi va bene la biblioteca aperta tutto il giorno e magari con accesso consentito ai genitori). Magari il Ministro può indicare (ordinare) un'attività più attenta delle singole scuole, orientata a questa finalità. Certo ci sono realtà familiari problematiche, ma il principio deve essere affermato, e chiaramente.

Le altre proposte di cui alla lettera (lo smatphone in classe, la pulizia della classe fatta dagli allievi come in Giappone, le gite scolastiche solo nelle località italiane, i plessi scolastici intitolati al nome dei personalità illustri, speriamo anche a donne illustri del passato, il numero delle assemblee dei docenti da fare per ogni mese) dovrebbero essere di competenza delle singole scuole che possono decidere in base alla peculiarità sociale, culturale, territoriale della scuola e sempre in sintonia con i genitori.

Se il Ministro volesse "cambiare" la scuola, dovrebbe occuparsi di altro.

Nella scuola italiana resiste l'istanza democratica più volte ignorantemente manomessa negli ultimi anni (basti pensare, solo per fare un esempio, allo scempio fatto sulla riforma della Primaria di primo grado del 1985, che era un capolavoro di psicopedagogia e di didattica semiologica e che tutta l'Europa ci invidiava) perché ci sono anche dirigenti, docenti, genitori e allievi intelligenti e consapevoli, capaci di viversi innanzitutto come persone.

Perché ci sono ancora nella nostra scuola persone abbarbicate ai principi della democrazia e allo slancio libertario che fu proprio del cosiddetto '68.