1918 - 1928 - Dopo la Grande Guerra... e poi Surrealismo

di Marcello Carlino

1918, la prima guerra mondiale finisce. Non finisce però, ed anzi rimbalza di sponda in sponda, la retorica patriottarda italiota (ancora oggi resiste) che celebra la vittoria e odiosamente occulta quanto è elencato di seguito in ordine sparso: la immane carneficina che grida vendetta; il costo umano e sociale neppure in parte minimissima compensato da eventuali benefici; l'impreparazione che ha mandato allo sbaraglio migliaia e migliaia di soldati mal equipaggiati; la decimazione dei giovani e in ispecie dei ragazzi del '99, accompagnata da una raccapricciante repressione di ogni manifestazione di disagio e di disperazione in trincea; l'inadeguatezza senza limiti degli apparati di governo delle forze armate; la pochezza della classe politica e di quella dirigente intera; la crescita esponenziale, nel quadro di un dissesto economico generale, degli squilibri tra nord e sud e tra economia agricola ed economia a vocazione industriale (altro che contributo all'unità del paese, del quale in questo 2018 si continua a favoleggiare sinistramente); il dominio rovinoso di nazionalismo e populismo che per lo più ha fatto una sola miscela di ideologie di sinistra e di destra e che ha aperto un'autostrada all'intervento nel conflitto (nazionalismo e populismo ed ambiguità ideologica - questa come assenza di una vera analisi e di chiare, ragionevoli prospettive: perciò nel ruolo di mosca cocchiera - che nel ventennio tra le due guerre continueranno a far danni e che nel tempo nostro, perniciose come sappiamo, sono tutt'altro che morte).

La prima guerra mondiale finisce; non le sue conseguenze disastrose, non gli strascichi che precipitano quale pioggia acida - un'altra sparata retorica la vittoria - dalla cosiddetta vittoria mutilata.

Gli scrittori, quanto a loro, negli anni precedenti non si sono segnalati per una particolare consapevolezza e in numero preponderante sono rifluiti nell'area dell'interventismo, chi pronunciandosi con esplicitezza e talvolta strepitando con clangore, chi intruppandosi nella maggioranza silenziosa. Sono stati pochissimi a dichiararsi decisamente contro. Ricordiamo Palazzeschi; ricordiamo, soprattutto per le forti motivazioni politiche di base alla sua poesia polemica e satirica, Lucini anarco-socialista, che si professa anticolonialista, antimperialista e antimilitarista, che sa delle dinamiche del potere e del loro comparaggio con l'economia.

Ad ostilità cessate, dinanzi allo sfacelo, gli interventisti che hanno dato fiato alle trombe fanno come se niente fosse e perseverano a giocare la loro parte in copione. D'Annunzio e i futuristi ispiratisi a Marinetti offrono esempi clamorosi al riguardo. L'uno per un verso crepuscolareggia pateticamente, e narcisisticamente, con il suo Notturno, che prolunga in profondità meditabonde e fa belli, accordandoli su di un eroismo senza acuti, i segni inferti al corpo dalla guerra; per un altro è pronto ad ulteriori imprese, extraletterarie ma sempre estetizzanti, queste eroicissime magari in quel di Fiume. Marinetti mica accantona le tavole parolibere, polemologiche e guerrafondaie, con le loro mappe di campi di battaglia e con i loro sprechi di esplosioni di bombe e di granate come fuochi d'artificio; ha pure il cattivo gusto, per soprammercato, di pensare e di dire che gli uomini meccanici dalle parti intercambiabili, agognati dai manifesti, non è che siano del tutto irriferibili ai mutilati di guerra, i quali beneficiano così dell'eros che il futurismo teorizza (che è assai lugubre e molto sa di lutto): tanto capita che si affermi nell'Alcova di acciaio. È del tutto naturale che D'Annunzio e Marinetti, quando più quando meno accosti, li ritroveremo a fianco del fascismo, populista e nazionalista, sovranista e comunque incline ad una politica nel segno del dominio, del mito della forza, della guerra. Lo si voglia o non lo si voglia, si tratta di correità, non v'è dubbio.

Coloro che sono stati calati sul fronte senza il paracadute della loro notorietà pubblica (che ha protetto D'Annunzio, per esempio) e ne riportano l'esperienza, non possono tacere la tragedia in cui sono stati presi e risucchiati. Qualora si voglia saggiarne la risposta nella scrittura, sarà utile suggerire, però, due tendenze e due posizionamenti in qualche modo irriducibili, che si riferiscono a idee di letteratura nettamente divergenti. Ungaretti, partito volontario, nel Porto sepolto ambienta la realtà di tanti uomini di pena, e la realtà di tante morti che si scontano vivendo, in diretta nella matericità aspra e cruda e sonoramente graffiante della trincea, che viene esperita e sofferta nei versi sul ritmo di un pronunciato stillicidio sillabante; nondimeno la poesia viene investita di una funzione riparatrice: la sua garanzia di una innocenza creaturale nuovamente attinta (sa di illuminazione e di meraviglia stupefatta la poesia) ridà al poeta il ruolo di interprete solidale di un sentire comune e fa mare nella nebbia, scrivendo lettere d'amore in uno scenario di odio, recando salvezza, accendendo le luci di una aubade che guarisce. Gadda, ufficiale in prima linea, che pure ha creduto nella giustezza dell'intervento italiano nel conflitto, lungo le pagine del Giornale di guerra e di prigionia e del Taccuino di Caporetto presenta con lucidità tutta scienza e ragione, e voglia di chiarezza che urge, la mortificante miseria, veduta da presso, di generali e colonnelli, incapaci di strategie, incapaci di organizzazione, incapaci di sostegno e di comprensione del dramma delle loro truppe, mandate al macello. Ne emerge una critica serrata della borghesia italiana (una borghesia che sempre si è confermata latitante in Italia; una classe che ha abdicato, come i frangenti storici del Novecento e di questo ventennio del Duemila hanno dimostrato e stanno dimostrando), che sarà il sale e imprimerà un impulso eretistico alla scrittura gaddiana; e ne emerge il profilo di una letteratura della conoscenza che ricerca febbrile e vorace, che rifugge qualunque illusione.

Infine la guerra apparentemente conclusa accade che inviti ad esami di coscienza dei letterati, come si raccomanda in area vociana. E allora, come supponendo retrospettivamente che si sia data omologia, ovvero consonanza e complicità, tra scelte specifiche di contrapposizione avanguardistica e la fattuale polemolatria interventistica - che in concreto ha recato sciagure -, ci sarà chi rientrerà nei ranghi riconvertendosi all'ordine e rischiando il conformismo ideologico-letterario (pensiamo a Palazzeschi, che arriva a temperare il suo comico di portata rivoluzionaria; ma in genere la tradizione letteraria riguadagna largamente terreno e si impone così da auspicare classicismi rinnovati); chi si ridurrà al silenzio, come Rebora che soffre nella sua psiche il dramma collettivo di un conflitto che non ha avuto argini e ha dilagato come una peste.

Certo è che la sperimentazione e l'avanguardia si diradano e conoscono un periodo di latenza, di clandestinità; e certo è che va preparandosi la cultura dominante nel ventennio fascista: una cultura coatta e serratamente autarchica, senza pensiero critico, che rifugge la dialettica e il confronto. Una cultura prona al regime o che, al meglio, si dichiara assente dalla contingenza storica.

1918, la guerra è finita; non lo sciame nefasto di epifenomeni a cui dà la stura.

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NOVANT'ANNI FA

1928, ANDRÉ BRETON

LE SURRÉALISME ET LA PEINTURE

di Marcello Carlino

Max Ernst, Surrealism and Painting, 1942
Max Ernst, Surrealism and Painting, 1942

1928, Francia. Il surrealismo, di gran lunga l'avanguardia storica di più ampia prospettiva e di più incisiva presenza, è al top. In quest'anno Breton allarga alla pittura il campo di una proiezione e di un'articolazione possibili delle tesi del manifesto del 1924 e pubblica pertanto Le surréalisme et la peinture. Il gruppo sembra procedere d'un corpo e d'uno spirito solo nelle attività diversificate che distinguono il movimento.

È vero che prestissimo, come suole accadere nella storia delle avanguardie, la commisurazione con lo scenario politico in essere e con le dialettiche in questo scenario operanti porterà a confronti asperrimi e a rotture, dovendosi decidere tra autonomia ed eteronomia del lavoro artistico e letterario e dovendosi considerare la qualità e la forma del rapporto con le organizzazioni di partito che si richiamano al comunismo (non va dimenticato che fin dal programma di fondazione Marx è indicato tra i numi tutelari e che tranformer le monde è indicato come un obiettivo primario); d'altro canto in Unione Sovietica, e di rimbalzo nel partito comunista francese, la contrapposizione tra Stalin e Trockij e l'espulsione comminata a quest'ultimo sono questioni di così grande rilievo, dacché implicano teorie e modelli politici cui riferirsi, perché, nell'anno della grande depressione, possano essere tacitate o fatte passare in giudicato.

Nel 1928, tuttavia, non vi sono ancora segni espliciti della tempesta prossima a scatenarsi. Anzi, tra le tante iniziative in cantiere, correggendo il tiro della scrittura che dovrebbe preferirsi automatica, Breton inserisce un romanzo che porta a termine in un breve lasso di tempo e che vede la luce proprio novant'anni fa.

Meritano un'ampia discussione il profilo e i caratteri di Nadja che sta tra il diario, la confessione, il saggio, la seduta psicoanalitica on the road, la ricapitolazione di alcuni testi-chiave del surrealismo; e che include il caso oggettivo, le coincidenze impensate, le meravigliose correlazioni pandeterministiche. E certo Nadja offre spunti non marginali per riflettere sulle possibilità e sulla struttura eventuale di un romanzo di sperimentazione e d'avanguardia. Ciò che si rimanda, però, ad un'altra, più distesa occasione.

È da rilevare, invece, che in un fervore antipsichiatrico che sottende la narrazione e la sostenta (la vicenda è quella di un amore, tra l'eslege e l'angelicato, vissuto da André e da Nadja, che soffre di disturbi psichici e che è incontrata per caso o cercata freneticamente o trovata inaspettatamente nelle strade parigine - Parigi occhieggia, di mezzo ad alcuni oggetti-simbolo e ad alcuni disegni della giovane, nelle illustrazioni che corredano la scrittura al modo di stampe d'epoca o di fotografie ingiallite), un fascio di pagine ribadisce il pensiero sulla follia alla base del surrealismo e si segnala per una forza di novità che soltanto a distanza di molti anni si sarebbe tradotta in teorie puntualmente articolate e in provvedimenti relativi.

Lasciamo parlare Nadja (nella traduzione di Giordano Falzoni, scrittore, critico e poliartista, grande conoscitore del surrealismo): «Bisogna non essere mai penetrati in un manicomio per non sapere che là i pazzi li fanno, esattamente come nei riformatori si fanno i banditi. Esiste qualcosa di più odioso di questi apparati cosiddetti di conservazione sociale che, per una qualsiasi magagna... precipitano un soggetto qualunque in mezzo ad altri soggetti in una promiscuità che non può essergli che nefasta e soprattutto lo privano sistematicamente di relazioni con tutti coloro in cui il senso morale o pratico si trova ad essere più saldo del suo? I giornali ci informano che all'ultimo congresso internazionale di psichiatria, sin dalla prima seduta, tutti i delegati presenti si sono trovati d'accordo nello stigmatizzare la persistente convinzione popolare secondo la quale ancora oggi uscire da un manicomio non è più facile di quanto non fosse un tempo uscire dai conventi; la convinzione che vi si trattengano a vita individui che non hanno mai avuto o che non hanno più ragione di trovarsi là; che la quiete pubblica non sia poi così in gioco, il più delle volte, quanto si vuol far credere. E ciascuno degli alienisti insorgeva, vantando uno o due casi di larghezze di vedute al proprio attivo, e segnalando, soprattutto, con grande enfasi, esempi di catastrofi occasionate dal rilascio inopportuno o prematuro di certi alienati. Poiché la loro responsabilità è sempre più o meno impegnata in tal tipo di avventura, lasciavano intendere che, nel dubbio, preferirebbero astenersi. Ma formulata in questi termini, la questione mi sembra mal posta. L'atmosfera dei manicomi è tale che non può non esercitare l'influenza più debilitante e più perniciosa su coloro che vi sono rinchiusi...Stato di cose ulteriormente complicato dal fatto che qualsiasi reclamo, qualsiasi protesta, qualsiasi gesto di intolleranza, non ha altro risultato che di farvi tacciare di scarsa socievolezza (poiché, per quanto ciò possa sembrare paradossale, in simili condizioni vi si chiede ancora di essere socievoli), non serve ad altro che alla formulazione di un nuovo sintomo contro di voi, è sufficiente non soltanto a impedire la vostra guarigione.. ma anche a non consentire che il vostro stato si mantenga stazionario, anzi ad aggravarlo rapidamente [...] Ma secondo me, tutti gli internamenti sono arbitrari. Continuo a non vedere perché si debba privare un individuo della sua libertà».

Questa pagina parla da sola. Nel 1928 parla con una forza di anticipazione che è bene sottolineare e che rinvia idealmente alla sola grande rivoluzione culturale che l'Italia abbia avuto, quella animata e condotta con sapienza e con tenacia da Franco Basaglia e dalle sue teorie. Caso oggettivo vuole che gli anni basagliani cadano a intervalli perfettamente regolari, nel 1968 (esce L'istituzione negata) e nel 1978 (viene promulgata la cosiddetta legge Basaglia), un quarantennio e mezzo secolo dopo. Altri anniversari.