Per la Critica

NELL'ULTIMO STIMOLANTE STUDIO

DI STEFANO LANUZZA

CÉLINE E L’ARGOT

di Francesco Gurrieri

   Argotier. Louis-Ferdinand Céline, l'argot e il Novecento (Editoriale Jouvence) è una singolare opera di letteratura comparata che, in veste semplice e dimessa, propone un argomento di grande stimolo, introducendoci ad un aspetto finora sostanzialmente trascurato del grande autore di Mort à crédit.

La frequentazione di Céline da parte di Stefano Lanuzza si è fatta intensa in tempi recenti, ripercorrendone (talvolta con Marco Fagioli, altro studioso céliniano) soprattutto la traccia letteraria, non mancando di contestare presuntuosi quanto inutili 'monumenti critici' viziati da radicati preconcetti anticéliniani (si veda Annick Duraffour e Pierre-André Taguieff, Céline, la race, le Juif, Paris 2017). A tacere dalla recente penosa vicenda del volume di Céline pronto e ritirato da Gallimard per evitare scontri ideologici con l'Eliseo. Ciò per sottolineare la continua attenzione del critico che ora torna con questa ultima sua opera sul valore linguistico della scrittura céliniana, pur partendo dai debiti verso Henri Godard, esegeta massimo dell'opera di Céline, che sintetizzerà il motivo di fondo approfondito ed argomentato da Lanuzza: "Céline ha trovato come alzare d'un tono l'aggressività naturale del suo stile (...) La coniugazione dell'aggressività e d'un sentimento della morte che Céline trova nell'argot è qualcosa che lo tocca così da presso che lui non esita a spingersi al di là dell'argot dato inventando parole che fa passare per argotiche". Così, il critico ripercorre il linguaggio céliniano e lo scavo nell'argot, che, alla fine sarà "più vicino all'urlo che alla parola".

Di codesto passo, Lanuzza, che non ha certo paura delle sintesi fulminanti, ci consegna un ritratto definitivo: "Céline non è quel tipo di romanziere che narrando dimentica se stesso. Piuttosto, valorizzando in funzione stilistica le possibilità espressive del linguaggio, i neologismi e gli argotismi, le assonanze o gli echi prodotti dalle parole, egli vuole attirare i lettori dentro la propria soggettività delimitatrice dell'orizzonte d'un reale che lo stesso autore - velleitario ideologo e imperfetto politico, moralista paradossale, filosofo anomalo e mistico ateo, ma, alla fine, scrittore inarrivabile - non affabula bensì 'presenta' a tutto tondo. Oppure 'deforma' allorquando le vivide scene da lui esposte sembrano riverberare le stravolte visioni dei suoi prediletti Bosch e Brueghel".

Il volume si chiude, infine, con un utile 'Lessico dell'argotier Céline' di cui fino a ieri non si disponeva in italiano...

È insomma un volume prezioso questo di Stefano Lanuzza, che segna un ulteriore importante passo verso una conoscenza non pregiudiziale o ideologizzata, bensì più squisitamente letteraria di Céline.