CAOS E BOSCO

uno splendido attualissimo libro

di Stefano Lanuzza

di Ugo Piscopo

In Caos e bosco, (pref. di M. Lunetta, Oedipus 2020, pp. 200, € 16.00), Stefano Lanuzza consegna un testamento senza sbavature, senza pretese monitorie, senza dottrinarismi e scolasticismi. Un testamento senza concessioni a confortevoli raddolcimenti della parola nei confronti di tutti e di ciascuno. La parola è solo un gettone di scambio per tutti gli utenti e testimoni della crudeltà e della perentorietà dell'esserci, nella inalterabile verifica che ne fa ogni singola esistenza, mentre il tempo e lo spazio vanno in scena indifferenti allo strazio vissuto da tutti e da ciascuno in un'infinità di variazioni, dove non si esclude il comico.

In questo teatro dell'impassibilità, risultano dominanti due paradigmi, che evocano scenari dei primordi. Sono il caos e il bosco. Si dirà, di primo acchito, che sono notissime simbologie degli inizi. Cose del passato. Ma non è così. Perché per tutti e per ognuno, in genere senza saperlo e senza volerlo, c'è un passato, che non è affatto passato, anzi costituisce la parte più pesante e decisiva del proprio bagaglio personale. Egualmente errato sarebbe pensare che si tratta di mitologie del tempo che fu. Il caos e il bosco, infatti, se sono stati dominanti nell'immaginario dei nostri avi, non hanno perduto nulla della loro attualità e del loro prestigio. In ambito scientifico, ad esempio, in matematica, fisica e dintorni, le teorie del caos sono oggi di grande rilievo, mentre nelle nuove scienze umane che studiano le strutture del profondo, psicoanalisi e antropologia innanzitutto, il simbolo del bosco ha acquistato uno spazio non di piccolo conto. Certo, nel bosco non sono più di casa Diana e il suo seguito di vergini guerriere, né naturalmente Pan, Silvano, le driadi, i fauni e altre creature dell'antica mitologia, non si celebrano più riti o s'immolano agnelli alla Luna e ad altre misteriose divinità, esso tuttavia suggerisce l'aura più adatta a rappresentare la nostra giungla interiore o ad accogliere l'incantevole figura della bella addormentata fra alberi e fresche atmosfere delicatamente profumate e idilliache. Non ci dobbiamo scordare che il bosco è tuttora il simbolo della vita, non ostante il fervido impegno dell'uomo contemporaneo di deforestazione del pianeta, per potersi esporre tutto lucido e contento ai raggi del sole nella sua nuda brutalità.

Per amara ironia della sorte, intanto, proprio a questo protagonista di imprese assurde che è l'uomo del nostro tempo e di ogni tempo, e alla sua fastosa tragicommedia è dedicato il libro di Lanuzza, un infaticabile scrittore di origini siciliane, che vive da sempre a Firenze impegnato in ricerche letterarie e artistiche, in generose traduzioni (Gide, Huysmans, De Maistre, Lautréamont, Musset, Sade, Maupassant, etc.) e in iniziative di notevole spessore sulle situazioni culturali del nostro tempo. Lanuzza, in particolare, ha indagato autori e tendenze che affondano nella notturnità e nella irregolarità, come ad esempio Louis-Ferdinand Céline, a cui ha dedicato ben cinque volumi di saggi.

Di fronte all'aspro spreco della vita, Lanuzza risponde con uno stile sempre più prosciugato, duro, talora sarcastico. Questa mimesi del disseccamento del reale, che si fa sempre più intricato, ma simultaneamente anche sempre più inselvatichito e primordiale, gli è costata anni di lavoro. Aveva dato a leggere il testo non ancora completo a Mario Lunetta poi scomparso, scrittore anche lui impegnato sul versante dell'essenzialità e dell'immediatezza, il quale aveva preparato un'introduzione, che Lanuzza adesso propone come introibo alle sue pagine.

Le quali sono da leggere non solo per sentirne il frangersi delle parole come di arbusti essiccati e quasi arsi dai feroci caldi estivi, ma anche per gustare tutto il non detto e non commentato dall'autore, che si diverte ad accennare a tutt'altri viaggi e tutt'altri sentieri nel bosco, ognuno dei quali si è scelto il destino giocando a dadi col caso.