BRUNO STERI,

ITINERARI COMUNISTI

di Marco Onofrio

Bruno Steri ha scritto un saggio poderoso e importante, che offre strumenti critici utilissimi ad interpretare non solo l'attualità, ma il mondo che ci è alle spalle e quello verso cui siamo faticosamente incamminati. Un libro che apre numerose finestre di analisi e conoscenza, oltre che gli occhi di chi legge, sui meccanismi profondi della storia e su molte verità nascoste della nostra società.

L'assunto epistemologico da cui muove "Itinerari comunisti. Tra crisi del capitalismo e involuzione della sinistra" (Derive Approdi, 2018, pp. 212, Euro 18) è la condivisione di uno sguardo oggettivo e realistico sul divenire storico, alla luce del quale esso appare come un processo non lineare e levigato ma contraddittorio, imperfetto, sporco di realizzazioni incerte e di esiti ambivalenti. La realtà, pertanto, è una complessità multipolare di vicende e prospettive interconnesse, refrattarie a ogni facile semplificazione. Steri tuttavia, con la sua riflessione critica ad ampio raggio, tenta una ricomposizione organica di questa complessità, esplorandola - in parallelo - sul piano storico, economico, politico, sociologico, filosofico, etc. L'assommarsi e spesso il moltiplicarsi di tali letture stratificate coincide con la forza inarrestabile del mondo, su cui le idee cercano di incidere una traccia. Il cuore del libro è il rapporto tra uomo, natura e storia: da questo snodo cruciale si ramificano le infinite connessioni della realtà.

Si parla quindi, anzitutto, di come e quando il nobile ideale del comunismo ha potuto realizzarsi nella storia. Ecco la rivoluzione bolscevica del 1917, per una società diversa da quella capitalista e anzi ad essa contrapposta. Cito dal testo (che a sua volta richiama il classico studio di Giuseppe Boffa):

La portata del mutamento non si espresse semplicemente nello sconvolgimento dei rapporti di potere tra le classi, ma più in generale investì l'intero tessuto sociale del paese, i suoi modelli di vita: «i primi atti di governo [...] abolirono titoli nobiliari, privilegi di casta, distinzioni di rango e ufficiali suddivisioni in "ceti", per dichiarare tutti semplici "cittadini" della repubblica; riconobbero piena parità di diritti tra uomo e donna, fra figli legittimi e "illegittimi" (questa stessa parola fu abolita); semplificarono le procedure di divorzio e di matrimonio, che diventarono esclusivamente civili; proclamarono la completa separazione della chiesa dallo stato, privando del diritto di proprietà le associazioni religiose o ecclesiastiche».

Ogni rivoluzione suscita, peraltro, una contro-rivoluzione: occorre attendersi fenomeni di reazione a tutto ciò che di potente e nobile attinge alla coscienza alta dell'uomo, al sé ideale anziché all'io egoistico. La lettura materialistica della storia individua il cuore stesso del divenire nella lotta di classe, cioè lo scontro di interessi economici contrapposti e, spesso, irriducibili. In genere, vincono le classi agiate. Il popolo è carne da cannone, destinato al sacrificio, al sudore, alla tribolazione. Ma potrebbe anche non essere così, e la rivoluzione bolscevica valse a dimostrarlo per sempre. L'ottobre rosso segna l'irruzione del possibile nella storia: un terremoto destinato a segnare il mondo. Il sistema sovietico che da quella rivoluzione ebbe modo di strutturarsi funzionò molto bene nella fase "grossolana" che vide gettare le basi dell'industria moderna: coi piani quinquennali di sviluppo la Russia riuscì a proiettarsi nella dimensione di superpotenza. Poi, con gli anni '70, cominciò una fase di declino e stagnazione. L'eccessiva centralizzazione statale dell'economia portò a un rallentamento del sistema, e infine alla sua implosione.

Dopo quello sovietico, Steri affronta il modello cinese: sviluppo economico governato da giustizia sociale per la costruzione di un "grande moderno paese socialista, cioè prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato, armonioso, bello". L'idea di base è che "in un sistema socialista ci può essere il mercato": l'essenziale è promuovere allo stesso tempo l'equità e la giustizia, i diritti del popolo. Non sono escluse le storture (come la Foxconn, la "fabbrica dei suicidi" a causa delle insopportabili condizioni lavorative), ma il sistema cinese tende ad un approccio olistico, come in medicina: "Se un organo si ammala, gli occidentali guardano all'organo, i cinesi all'intero corpo". L'obiettivo è una "società armoniosa" basata sul flusso dei circoli virtuosi. Il capitalismo puro, invece, procede al contrario: genera circoli viziosi. La crisi si autoalimenta, e le misure adottate per uscirne non fanno che peggiorarla. Quindi: mercato sì, a patto di un ferreo controllo pubblico del settore finanziario e bancario. Così, abbinando quantità e qualità, la Cina ha potuto fare il "balzo della tigre" diventando superpotenza e leader globale dell'innovazione. Un sistema che ha funzionato anche perché la Cina dispone di grandi risorse, controlla un mercato immenso (oltre 1 miliardo di consumatori) e può contare su un popolo disciplinato al rispetto del bene comune. Gli attuali scenari geopolitici della "Nuova Via della seta", che ovviamente preoccupano Trump, offrono straordinarie opportunità di cooperazione e di proficuo interscambio: anche e soprattutto per l'Italia.

A questo punto Steri affonda il bisturi nel marcio del capitalismo giunto alla sua fase avanzata, la cosiddetta "new economy".

La «logica economica» che ha mosso gli avvenimenti del mondo in questi anni non è cambiata nei suoi caratteri di fondo. (...) la spasmodica ricerca del massimo profitto, condotta con rapacità, avidità, disprezzo dell'etica. Una logica sistematicamente applicata a danno del benessere dei più e ponendo a repentaglio gli equilibri ambientali del pianeta; se necessario (ed è stato necessario) col sacrificio di intere popolazioni, immolate sull'altare dell'approvvigionamento energetico e della supremazia geopolitica. Di tali sopraffazioni, di una tale violenza di sistema siamo costretti quotidianamente a prendere atto: così come della crescente precarietà della vita e del lavoro di tanta gente, colpita dall'offensiva capitalistica di questi ultimi decenni.

Queste, in sintesi estrema, le conseguenze insostenibili del neoliberismo:

- attacco al salario e abbattimento dei diritti;

-crescente proletarizzazione della popolazione mondiale;

- precariato;

- alienazione diffusa;

- devastazione ambientale del pianeta.

Dopo la fine della guerra fredda è scattato una specie di semaforo verde: non più remore al dilagare della finanza selvaggia, con attacco frontale alle conquiste operaie dei decenni precedenti. Ma non basta: dal 2008 in poi, con la crisi globalizzata, c'è stato l'ulteriore giro di vite, attraverso un processo di controriforma sociale, un "nuovo ordine" mondiale sotto forma di stravolgimento in senso autoritario degli assetti pubblici. Ci stiamo affacciando sul bordo dell'abisso: "il vigente modo di produzione, oltre ad essere iniquo, mette a repentaglio il futuro dell'umanità". Scenari apocalittici da contrastare con urgenza immediata. La narcosi delle pseudo-sinistre si rende complice di alcuni falsi dogmi propinati e ripetuti a pappagallo dai mass-media. Per esempio: che maggiore flessibilità significa maggiore occupazione; che liberalizzazioni e privatizzazioni producono crescita economica; che pareggio di bilancio e rientro secco del debito rappresentano la salute dell'economia. Tutte bugie consapevoli, costruite ad arte. In realtà il deficit è come il colesterolo: ce n'è uno cattivo e uno buono. Uno Stato deve poter operare e spendere anche in deficit, per promuovere sviluppo e rilanciare l'economia. La stella polare dell'azione e della conseguente opinione pubblica dovrebbe essere la piena occupazione, non il pareggio di bilancio. I sostenitori del neoliberismo confidano nell'autoregolazione del mercato (il famoso laissezfaire), ma in realtà il mercato non si regola da solo: servono organismi di controllo e di intervento statale. Ai soggetti deboli (disoccupati, pensionati, lavoratori) che pagano la crisi prodotta da altri, si contrappone la rapacità dei grandi manager e degli speculatori "che premono sull'acceleratore del rischio e puntano a guadagnare in poco tempo decine di milioni di dollari". Siccome però nessuna cena è gratis, il prezzo di questa sperequazione è altissimo.

Si giunge così alle dolenti note dell'Unione Europea, ormai fallita come "comunità politicamente progressiva e socialmente solidale" poiché rivelatasi invece a misura degli interessi del grande capitale finanziario e a discapito dei popoli. I Paesi membri non si sono integrati di più, anzi: le economie si sono ulteriormente distanziate tra Europa del nord (in primis la Germania) ed Europa mediterranea (Grecia, Portogallo, Spagna e Italia). L'Europa unita è in realtà una sorta di bisca clandestina gestita dall'asse franco-tedesco, dove i popoli deboli vengono ulteriormente indeboliti e sistematicamente assoggettati, ricattati, costretti a contrarre debiti e a stringere i cordoni pur di continuare a puntare, obtorto collo, sui tavoli truccati. L'Unione Europea rappresenta l'apoteosi della contro-rivoluzione borghese: il coronamento di un lungo processo di recupero del potere da parte delle classi dominanti. La politica, di conseguenza, è sottomessa ai lacci della finanza: ecco i "compiti a casa" in tema di politiche fiscali e del lavoro, perché - come ripetono politici e giornalisti - "ce lo chiede l'Europa". I partiti sono ormai soltanto macchine elettorali incaricate di guadagnare consenso a scelte già compiute altrove. L'Europa dei popoli è costretta ad inghiottire i rospi partoriti dalle banche.

La dissoluzione delle sinistre e la liquidazione della questione etica hanno sciolto ogni freno inibitorio. Le dinamiche sono ormai spudorate. La triste vicenda greca di qualche anno fa mostra come "i rapporti di forza agiscano ormai senza diluizioni, senza veli, con atti di meccanica bruta come in guerra". Il ricatto del debito è l'arma neo-coloniale dei potentati europei contro le economie deboli da assoggettare. Dice giustamente Vladimiro Giacché: l'Europa unita è un sogno trasformatosi in incubo. Soluzione? Uscirne, come ha fatto la Gran Bretagna, a dispetto di chi (probabilmente prezzolato dall'Europa) si ostina a ripetere che cadremmo dalla padella alla brace. (E uscire, se possibile, anche dalla Nato, che ci trascina in controversie e conflitti da cui siamo solo marginalmente, o per nulla, toccati).

Gli è che i Trattati europei e la Costituzione italiana sono incompatibili, nei principi e nell'ispirazione di fondo. Una politica tesa al miglioramento della condizione sociale dei popoli sarà utopistica fintanto che la BCE, al di fuori di ogni controllo democratico, è messa in grado di penalizzare e ricattare il sistema economico dei Paesi soggetti ai Trattati europei. Però se affermi questo ti diranno (provare per credere) che sei "sovranista", in un maldestro tentativo di equiparare la sacrosanta rivendicazione della autodeterminazione dei popoli sovrani a certe incomparabili istanze, vedi Salvini e Meloni, venate di razzismo e becero nazionalismo.

Ci troviamo insomma a brancolare nel buio, come dopo una catastrofe. La cosiddetta "sinistra" raccoglie voti ai Parioli dai benpensanti della Roma-bene, mentre la nuova destra (ad esempio Casapound) spopola in quartieri proletari e periferici quali Tor Bella Monaca e San Basilio. Come è potuto accadere? Che cosa ha determinato questa situazione? Enormi responsabilità ricadono a sinistra, fin da quando - morto Berlinguer, giugno 1984 - i compagni cominciarono l'ammainabandiera, parlando di fine di un ciclo storico e preparandosi alla smobilitazione. Dopo lo scioglimento dell'Unione Sovietica (1991), non c'è stato più freno alla deriva. Dal Pds ai Ds al Pd, la sinistra ha abbracciato la politica di destra e il "modello americano" come unica razionalità sociale possibile, annichilendo un intero impianto teorico-pratico di interpretazione della realtà, divenuto improvvisamente obsoleto. E allora, di che meravigliarsi? se tu non credi più in te stesso e nelle tue idee, come potranno farlo gli altri?

La dissoluzione del socialismo reale, diffusamente e speciosamente rappresentata a livello di percezione comune, ha lasciato il campo alla dimensione fluida e post-ideologica del mondo contemporaneo, dove latitano principi fondanti, visioni lungimiranti e progetti di ampio respiro. E invece andrebbe proclamato forte e chiaro che la sconfitta storica del comunismo, semmai c'è stata, non implica il fallimento dell'idea. Che è anzi sempre più valida e attuale! Cito al proposito un mio aforisma: "Quando una casa crolla, le macerie rendono più forte l'essenza della sua Idea". E Steri mi risponde indirettamente, laddove scrive: "Non siamo affatto al cospetto di un cumulo di macerie". Alcune delle parole-chiave del materialismo storico sono ancora validissime e urgenti, checché ne dicano le destre conclamate o mascherate. Ad esempio la lotta di classe, che non è affatto conclusa, anzi! I rapporti sociali e quelli di produzione sprigionano violenza quotidiana, gli interessi sono sempre più feroci e irriducibili. O l'alienazione, che dilaga a macchia d'olio anche nei giovani e persino nei bambini. O l'imperialismo, lo strumento-principe utilizzato dal sistema capitalistico avanzato per contrastare le proprie crisi endogene intensificando lo sfruttamento dei lavoratori e l'appropriazione (violenta, se necessario) delle risorse: da cui le guerre, economiche e militari.

Il PCI deve fungere da pungolo critico, tallonando i governi sulla centralità ineludibile del tema-lavoro. Allo slogan salviniano "Prima gli italiani" i comunisti rispondono con "Prima gli sfruttati". Però, urgono alcuni passi fondamentali. Che fare? Dopo l'analisi, ecco opportunamente la sintesi. E quindi:

- superare la frammentazione della sinistra autentica: se i pochi che la compongono restano divisi in gruppuscoli, non vanno e non andranno da nessuna parte. Urge realizzare, a breve, l'auspicata "unità nella diversità". Scrive Steri: "occorre una nuova sintesi che faccia tesoro degli errori compiuti e metta capo a un partito all'altezza dei compiti odierni";

- "elaborare una articolata e compiuta proposta comunista adeguata agli scenari delle società cosiddette avanzate". Una sorta di comunismo 3.0, anche per oltrepassare quella patina di antiquariato umanistico e di reducismo ideologico che ingessa la parola e l'azione dei compagni nell'Italia contemporanea;

- "ricucire un impianto ideale che sia patrimonio di larghe masse, promuovere la forza di un senso comune" in una società civile sempre più disgregata. E quindi lavorare moltissimo sulla comunicazione, sull'opinione pubblica, sull'immagine condivisa. Lucidare i simboli del lavoro, liberandoli dalle incrostazioni depositatevi dal tempo, dall'opera malevola degli avversari (vedi la recente vergognosa equiparazione europea tra falce e martello e svastica) e dall'autolesionismo dei compagni delusi. Chiedersi che cosa pensa e prova la gente quando vede, oggi, la bandiera del PCI;

- riaffermare la centralità della questione etica, e dunque il PCI custode di valori come lealtà, onestà, imparzialità, aderenza ai fatti, integrità. Lavorare anche un po' di pancia, non solo di intelletto: intercettare i problemi reali delle persone e far capire che il PCI è dalla loro parte, pronto a denunciare e a tentare di risolvere le drammatiche urgenze quotidiane nascoste nelle pieghe e nelle piaghe della società;

- persuadersi e persuadere che la realtà non è mai immutabile e definitiva, ma suscettibile di trasformazione; che le cose si possono cambiare; che non bisogna cedere alla disperazione.

È un lavoro immenso, ma (scrive Steri, e così conclude il libro) "il momento è ora". Ciascuno faccia la sua parte per rendere più giusto e vivibile il mondo.