Per la Critica

BERNARDO BERTOLUCCI: POETA DELLA PAROLA E POETA DELL’IMMAGINE

di Desirée Massaroni

Se Attilio Bertolucci fosse stato un avvocato o un ingegnere, forse il figlio Bernardo non sarebbe mai diventato un grande regista, ma probabilmente un importante poeta. C'è un'intervista televisiva dei primi anni '60 del secolo scorso ad un giovane Bertolucci, nella quale lui racconta di aver iniziato a scrivere poesie all'età di tredici anni per imitare il padre e che, poi, - sostenuto da Pier Paolo Pasolini - vinse a vent'anni il Premio Viareggio con la sua prima (e unica) raccolta di versi. Proprio durante quella premiazione si vede il padre Attilio che si rifiuta di raggiungere il figlio sul palco, probabilmente per non fargli ombra; e probabilmente fu quel giorno che Bernardo decise che non avrebbe scritto più una sola poesia, per non essere considerato tutta la vita un epigono del genitore.

Nella serata-tributo a Bertolucci svoltasi il 6 dicembre scorso al Teatro Argentina di Roma, le due giovani sceneggiatrici che hanno scritto con il regista parmense The Echo Chamber, il nuovo film che lui non potrà purtroppo mai più girare, hanno raccontato che egli era solito, anche da anziano e ormai costretto da anni a stare in carrozzella, ricordare e recitare i poeti italiani, francesi, inglesi che gli erano cari, come fossero punti luminosi di una costellazione artistica e d'ispirazione a cui probabilmente fino alla fine Bernardo è rimasto naturalmente attratto e intimamente legato.

E tuttavia fu l'arte cinematografica a costituire per Bertolucci un terreno vergine e sterminato di azione creativa e di osservazione della realtà in cui poter agire libero; e quindi il cinema si è, in tutta evidenza, appalesato anche come una via di fuga, come un orizzonte di emancipazione artistica dall'ingombrante figura paterna che inevitabilmente l'avrebbe relegato in una posizione secondaria.

Da poeta della parola il giovane Bertolucci si è tramutato ben presto in poeta dell'immagine benché poi nella sua lunga filmografia la parola - elaborata, colta - abbia sempre intessuto con le immagini un particolare e riconoscibile rapporto poetico.

Così Prima della rivoluzione, film del 1964 innervato delle influenze della Nouvelle Vague e che ha imposto Bertolucci nel cinema italiano (anche se il suo primo film fu La Commare secca tratto da una sceneggiatura di Pasolini) esprime bene la tensione poetica dell'autore e il ruolo della parola come collante e generatore di senso attraverso il movimento costante della macchina da presa che sarebbe stato poi il leit-motiv del suo cinema.

Come se questo ritmo e spostamento costante dell'obiettivo fosse oltre che figlio di un certo cinema sperimentale di ispirazione godardiana (che avrà il suo apice in Partner) anche un modo tutto personale di rapportarsi con i corpi, con gli individui, con la realtà.

La forza poetica del cinema del regista parmense è stata tale al punto che egli da un lato ha saputo raccontare attraverso un preciso immaginario la storia socio-politica italiana (appunto Prima della rivoluzione, Il conformista, Novecento), dall'altro la storia nella sua universalità (Il tè nel deserto, Il piccolo Buddha) imponendosi come il regista più internazionale che abbiamo avuto in Italia.

Un regista ossimoro la cui affiliazione al partito comunista si è congiunta con un'intensa e poi prevalente attività lavorativa a Hollywood (forse anche in seguito al poco riuscito La tragedia di un uomo ridicolo) su cui Bertolucci ha però fatto sventolare l'enorme bandiera rossa all'indomani del 25 aprile 1945 che compare nel finale di Novecento.

Da un lato poi c'è il regista consapevole di essere un uomo del Novecento, dall'altro lato c'è l'artista interessato ai racconti e ai punti di vista delle nuove generazioni (pensiamo al suo endorsement verso Luca Guadagnino) e dei suoi giovani collaboratori. E non si può non sottolineare a questo riguardo che con la morte di questo nostro Maestro del cinema italiano viene meno uno sguardo autorale sui giovani - oggetto prediletto di Bertolucci - che non ha tuttora eguali fra i registi nostrani.

La giovinezza come motore generativo della passione politica (The Dreamers, Io e te) ma anche e assieme come espressione dell'Eros nella sua essenza, quest'ultimo altro tema cardine del cinema di Bertolucci, tema conoscitivo che poi si sarebbe, non a caso e in maniera vieppiù progressiva e radicale, estinto nell'immaginario cinematografico italiano delle nuove leve.

Così in Io ballo da sola c'è il racconto della scoperta eterna e sempre nuova del sesso fra due giovani vergini che così si auto-rivelano a vicenda; film in cui Bertolucci consacra l'allora emergente Liv Tyler come incarnazione dell'Eros al pari di una forma di autonomia non solo fisica, ma anche in qualche maniera intellettuale dell'individuo.

Diverso e controverso fu il noto Ultimo tango a Parigi, film del 1973 e quindi frutto artistico di un'epoca in cui l'erotismo paradossalmente era più contemplato e accettato dei tempi coevi proprio nella sua espressione acefala e violenta dove siamo spettatori di una passione erotica intesa come pura attrazione animale fra una giovane donna interpretata da Maria Schneider e un uomo anziano impersonato da Marlon Brando.

La luna è invece un film anomalo in cui l'eros è declinato come tensione erotica e incestuosa verso la figura materna. E difatti il tema erotico attraversa un po' tutto il cinema di Bertolucci come elemento perturbante, dimidiante, eccentrico quanto contestatario verso la realtà che in tal senso viene costantemente squarciata per ricavarne linfa vitale e nuova spinta propulsiva.

Ci sembra allora che la preziosa eredità poetico-cinematografica di Bertolucci sia senza banalità la lezione di stile e di curiosità intellettuale e autorale di un Maestro capace di un'autonomia di racconto ad ampio spettro dell'essere umano in sé e dell'essere umano nella sua cornice storico-politica verso la quale non si è sempre e necessariamente coincidenti e sintonizzati. Un Maestro con le radici profonde nella terra emiliana che lo ha generato, ma in grado di avventurarsi nelle vicende di altre culture e altri paesi lasciando un segno di indubitabile splendore visivo come dimostra il film pluripremiato agli Oscar L'ultimo imperatore. Definizione che molti, post-mortem, gli hanno attribuito. Con un po' di retorica e di enfasi, certo, ma non immeritata.