AUTOCERTIFICAZIONE CONGETTURALE E (FORSE) ESPRESSIONISTICA

di emmequ

Corrado Cagli "Vedute allegoriche di Roma" 1937

Mario Lunetta, poeta e narratore di grande valore, fra i maggiori del secondo 900 e primo 2000, ma anche critico di vaglia e acutissimo, presentando un mio romanzo attribuisce alla mia scrittura anche il carattere di "realismo congetturale". Definizione che dichiara di prendere da Aragon.

La definizione mi piacque e me la tengo.

Provo una verifica seguendo il dizionario [le sottolineature sono mie]:

congettura viene dal latino coniectura(m), da coniectus, part. pass. di conicere 'gettar sopra, introdurre, interpretare'; 1261 ca.; e i suoi significati sono:

1 Ipotesi, giudizio e sim. fondato su indizi, apparenze, considerazioni personali e sim.: cominciò una serie di congetture; chi fa questo giudicio, lo fa per conietture e non per certezza (GUICCIARDINI).

2 (mat.) Proposizione non dimostrata ma di cui non si conoscono esempi che la contraddicono | Congettura di Goldbach, in cui si afferma che qualsiasi numero pari è rappresentabile come somma di due numeri primi.

3 In filologia, lezione non attestata dalla tradizione, ma escogitata dall'editore nei luoghi in cui il testo letterario è lacunoso o non ha senso plausibile.

Mentre l'aggettivo congetturale è così definito:

congetturale o †conghietturale, †conietturale

[vc. dotta, lat. coniecturale(m), da coniectura 'congettura'; 1261 ca.]

agg.

* Fondato su congetture: un'affermazione congetturale; un'emendazione congetturale a un testo letterario. SIN. Ipotetico, presumibile.

Trovo che tutto ciò si attagli bene al mio modo di scrivere o almeno ai miei intenti.

Inoltre, vedendo che il dizionario invita a riflettere sul rapporto tra congetturae induzione nei seguenti termini:

congettura - induzione

Congettura è un'ipotesi che si fonda sull'osservazione di fatti in sé non oggettivamente probanti, ed implica dunque ampi margini di soggettività. Induzione è termine del linguaggio logico e filosofico che descrive il ragionamento per cui dall'osservazione di fatti particolari si trae un'ipotesi di carattere generale...

rilevo che il metodo di indagine in un caso poliziesco (ma ciò vale per la ricerca della verità in tutti i campi), così come definito da Peirce e da Starobinsky ed Eco, e da me assunto, cioè il metodo dell'abduzione (vedi in Marè in luogo di mare e gli appunti di una conferenza tenuta a Narni), si fonda appunto sul movimento tra congettura e induzione così come qui sopra riportato.

Quindi, in conclusione, la definizione di realismo congetturale mi calza a pennello.

Ma Lunetta ed altri hanno anche parlato, sempre a proposito del suo ominimo, di espressionismo. Ed è proprio a ciò cui mi sono rifatto, a cui tendo e tesi, sperando di rientrarvi.

Come detto in altra sede, è più precisamente a quella più ampia accezione di espressionismo maturata negli ultimi decenni del secolo scorso «in particolare in Italia, per indicare le più diverse manifestazioni di rottura degli equilibri classicistici e in genere delle forme e dei linguaggi convenzionali» (Giulio Ferroni), e dunque seguendo quella «tradizione espressionistica, che si svolge variamente nei vari secoli, in alternativa al classicismo e alle tendenze della letteratura ufficiale...»e nella quale «è essenziale l'intervento sul linguaggio, con lo stravolgimento dei modelli classicisti, l'apertura verso i dialetti, l'intreccio tra lingue e dialetti diversi (tanto che si parla in questo caso particolare di espressionismo linguistico) [sempre sottolineature mie]. E si veda a tal proposito il mio Fattacci brutti a Via del Boschetto con la sua postfazione, e con la recensione che ne ha svolto, su l'immaginazione, sempre Lunetta.

In tale postfazione, in realtà, ho osato richiamare sommessamente (come del resto già nel titolo) il sommo Gadda. E l'ho fatto sia per quanto in Gadda (Contini, Ferroni, Carlino, Patrizi...) vi è di stravolgimento dei modelli classicisti, di apertura verso i dialetti, d'intreccio tra lingue e dialetti diversi, sia per la sua rivendicazione di artigianato, sia per l'appunto quanto all'espressionismo.

Dando la parola a Gadda:

«... la questione dell'espressione... come un bambino che si preoccupa esclusivamente di far bene il suo compito, mi sono sempre preoccupato di raggiungere non tanto l'optimum formale routinier (i plurali giusti, le camicie scritte con la 'i'...) quanto l'optimum espressivo... È stata infatti usata per me talora con tono d'accusa o di rimprovero la qualifica di espressionista... Ma io credo che il dovere di un optimum espressionistico incomba a ogni artigiano [sottolineatura e neretto miei] se non a ogni artista... al pittore, al sarto, al compositore, e in primis allo scrittore, che maneggia uno strumento assai difficile a possedere e ad usare e cioè l'idioma... Ma io ho sentito che in ogni idioma... lingua o dialetto... la lingua, che ha dietro di sé una cultura, una scuola, una formazione, un'accademia, una provenienza da altra lingua madre... e il dialetto talora con egual provenienza da una lingua madre... ciò che interessa è la potenza, la tensione espressiva, il voltaggio espressivo... e indipendentemente dal perbenismo accademizzante a cui si possa essere più o meno vicini... Non importa se si è prossimi al Rigutini, importa la potenza espressiva! ...per alcuni argomenti, certi discorsi, è ovvio che potrà essere usata solo una lingua colta... [ma] colloco a una stessa possibilità espressiva... o voltaggio, o altezza... della lingua... limitatamente agli argomenti di sua pertinenza: il linguaggio di Ruzante o Goldoni non potrebbe essere adatto a un'opera filosofica...»

Così poi Ferroni dice di questo Gadda − ed io, Cicero pro domo mea, incamero:

«Queste scelte espressionistiche hanno radici di tipo etico e psicologico... Nel linguaggio di Gadda c'è il peso minaccioso della negatività insuperabile, che egli si sente sforzato a dire, pur sapendo che "non tutto il dolore è dicibile, non tutto il male e l'orrore": ciò comporta un'immediata denuncia delle illusioni e mistificazioni sociali, dei diversi proponimenti con cui gli uomini e le società pretendono di affermare il «bene», la «bontà», la «normalità». Per Gadda una vera normalità è inesistente, la nevrosi domina l'orizzonte umano... Nella sua scrittura, anche quando più forti e laceranti le sue radici autobiografiche, egli mira perciò a una negazione dell'io, a una sospensione del ruolo del soggetto... Le lacerazioni che pesano sull'autore e che motivano il suo stesso impegno di scrittura devono agire non attraverso l'introspezione o la diretta analisi di sé, ma attraverso la rappresentazione oggettiva, attraverso il rivelarsi di figure concrete, di oggetti e personaggi, attraverso il fitto accumularsi di linguaggi carichi sempre di una definita identità sociale[ancora sottolineatura mia]

Ora è chiaro che qui si parla del grande Gadda, non di emmequ., e solo con intento didascalico oso richiamare questi testi in riferimento al mio lavoro. Tuttavia mi sento di essere annoverato, il più modesto dei modesti, tra i pro-nipotini dell'ingegnere: uno, cioè, che cerca di mantenersi nel solco di questo espressionismo gaddiano. Sapendo anche che ciò ─ lo scrivere oggi e dell'oggi come se scrivessi nel '57 ─ è probabilmente un limite grande: ma lì sono.

Naturalmente non si tratta di calchi. Vedano poi, dai testi, il lettore e il critico in che misura e a che livello artigiano io riesca a camminare in quel solco. Essendo chiare tutte le differenze: non solo, come è ovvio, di altezza artistica, ma anche di radici. Il mio tempo è un altro; i miei traumi infantili e adolescenziali legati alla guerra (ma alla seconda) alla povertà e alle conseguenze familiari della povertà, sono diversi; ho una cultura immensamente inferiore, ho studi letture e formazione teorica diversi; ho un'esperienza di lotta politica diretta. Da ciò una rabbia che non è esistenziale-individuale ma politica; un dolore (e anche uno spirito di rivalsa) per la sconfitta dei nostri ideali e del nostro progetto (non la sconfitta di un partito e di un movimento ma dei suoi progetti e dei suoi ideali umani) che si esplica nella forma (come rileva ancora Lunetta) della «malinconia» (malattia grave, come si sa, ma non annichilente); una consapevolezza "della inutile sofferenza di cui è fatta la realtà storica" che però è da me vissuta con animo e soprattutto mente di marxista, di materialista storico a forte influsso gramsciano (anche per il suo pessimismo dell'intelligenza); un fondo leopardiano (l'infinita vanità del tutto) e montaliano (ciò che non siamo, ciò che non vogliamo) e perfino camusiano (Sisifo al bando), ma contrastato con l'ottimismo della volontà, con la volontà del fare, con la speranza nell'opera.

E per chiudere questa molto assolutoria autocertificazione, mi si consenta di aggiungere, sempre a proposito di espressionismo, questa nota di Marcello Carlino sopra Clemente Rebora, grande poeta che è stato chiaramente inscritto (G. Contini) nel novero degli scrittori espressionisti. Scrive Carlino:

«E gli è congeniale l'espressionismo, che è modalità di linguaggio congruente a questo io inquadrato in primissimo piano e scomposto, alla sua metereopatica cangianza; che è escursione di stile fino alla durezza petrosa, all'arditezza di pensiero, alla forzatura di rappresentazione icastica che contraddistinguono una linea plurilinguistica di plastico rilievo, che si origina dalla straordinaria lezione di Dante (e che, a ben guardare, non escludono Leopardi come vuole Boine, leopardiano di acuta modernità).»

Sempre si parva licet, naturalmente.