ARUNDHATI ROY,

LA RINNEGATA

di Antonio Ortoleva

Arundhati Roy non è amata in India, se non da chi - ma non da tutti, s'intende - protegge le minoranze e gli intoccabili, gli ultimi delle caste, i dalit che, nella prima e più grande democrazia asiatica, i diritti civili ancora se li scordano. Non è amata dagli intellettuali e dagli scrittori perché troppo famosa e subito celebre nel mondo al primissimo libro e sfacciata eroina dell'anti-globalizzazione. Non è amata - certamente odiata - dai tradizionalisti indù, da tempo al governo con Modi, perché innanzitutto è una donna, persino libera e di sinistra, e parla male, malissimo del suo Paese, mette a nudo mali e contraddizioni, e denuncia le porte spalancate a un capitalismo che se ne infischia della dignità umana. E', dunque, una rinnegata. "Fortunata lei che non vive in Cina, lì starebbe in carcere", le disse un diplomatico. In effetti, in quel Paese vivrebbe reclusa da tempo. Anche in Turchia o in Egitto. In Russia sarebbe già deceduta in un misterioso incidente. Ma in India no. Come la spiega lei, "è un ornamento da camino", un ossimoro e un assioma: se Arundhati è libera, l'India è una democrazia. E l'India non può essere altro, agli occhi del mondo, che una democrazia. Ma, negli ultimi tempi, come l'autrice racconta, le garanzie democratiche sembrano in evidente collasso, così come emerge dall'ultimo libro, "Azadi", che nelle lingue di ceppo persiano vuol dire Libertà, appena uscito in Italia per Guanda.

Solo gli stupidi, confessa, non hanno paura. A soli 35 anni "Il dio delle piccole cose", suo romanzo d'esordio che sollevò il sipario sui guasti dell'impossibile convivenza - come spesso finisce per credere chi si trasferisce in Occidente - tra le millenarie tradizioni indiane e la modernità al galoppo, libro tradotto in tutto il mondo, libro che le consegnò fama internazionale, milioni di sterline, recensioni esaltanti persino dal New York Times, e il Booker Prize, l'ambito premio come miglior romanzo dell'anno in lingua inglese. Nonché la collaborazione a testate di primo piano e una corazza protettiva alla sua impertinenza "isterica" che dura ancora. Lei abita tra Londra e Delhi e non ha abitato a Tahir, il più grande carcere dell'India alla periferia della capitale, se non per un solo giorno a causa del verdetto simbolico e dispettoso della Corte suprema indiana che la condannò per oltraggio a quella pena corredata da un altrettanto simbolica multa di 2.500 rupie (30 euro circa), che lei pagò per evitare altri tre mesi in cella. Potrebbe essere in pericolo, lo è nei fatti, potrebbe essere un obiettivo di fanatici suprematisti, come fu per Gandhi. Ma è protetta dalla fama internazionale, la proteggono i servizi segreti. Perché se uccidessero la Roy, si ammalerebbe gravemente la democrazia indiana. E calerebbe il Pil.

Certamente è difficile difenderla dalle accuse di isterismo che provengono da più parti. A cominciare dai suoi colleghi scrittori come Salman Rushdi (che pure la appoggia e la stima), dai governi nazionalisti o iper-capitalisti o guerrafondai, da Delhi a Washington, sino a Tel Aviv, dall'opinione pubblica moderata indiana, da organizzazioni e leader dei diritti umani, da multinazionali e grandi imprese, persino dal governo comunista del Kerala, regione dove ha vissuto da bambina e dove è ambientato il primo romanzo, un modello di amministrazione, Il Kerala, in tutta l'India. E' difficile per il suo temperamento intransigente e sprovvisto di sfumature, per il suo andare in guerra in cause simultaneamente perse e nobili: l'oppressione dei tamil nello Sri Lanka, la strada verso la bomba nucleare in patria, il genocidio dei "maoisti" della foresta centrale indiana, la battaglia contro l'impiccagione del presunto terrorista di Bombay, il parallelismo fra la condizione degli intoccabili indiani e il razzismo verso i neri americani, il supporto al separatismo islamico represso nel Kashmir. Dove c'era Arundhati in questi anni, si alzava un'onda che viaggiava controcorrente.

Difficile separare tra l'altro la sua irruente natura di scrittrice - seppur con due soli romanzi all'attivo e una miriade di saggi e libri-inchiesta. Difficile perché il suo attivismo civile e politico, la sua sfrontatezza fiammeggiante, si riversano nella scrittura, come quest'ultima alimenta la sua missione verso una giustizia planetaria. Non c'è mai pace nel mondo di Roy, asseriscono i suoi detrattori, anche quando la soluzione è a portata di mano con un compromesso. Come nel caso della costruzione della gigantesca diga sul fiume Narmada nel Gujarat, che avrebbe comportato la deportazione di mezzo milione di contadini e che sembrava vicina a un ridimensionamento quando partì l'attacco della cavalleria di Arundhati alla corte che esaminava il caso e la mediazione fallì, come spiegò il leader ambientalista Guha, per l'attivismo "iperbolico e manicheo " dell'incontentabile scrittrice.

Difficile dargli torto, la Roy è incontenibile e incontentabile. La Roy non vuole risolvere una porzione del problema, vuole tagliare la testa al problema. Difende la natura non perché sia inquinata e calpestata di meno, ma perché non venga inquinata affatto. Affianca le minoranze non per ottenere sussidi e un po' di giustizia, ma perché non siano più ritenute tali. Difficile darle torto. Lei ha imparato sin da piccola a usare il coraggio prima delle parole, e forse in contemporanea visto che le parole sono da sempre il suo strumento per esprimere il coraggio e per infonderlo a chi lo rifiuta in partenza perché il problema che ha davanti è alto quanto l'Himalaya, siano donne indiane divorziate e prive di ruolo sociale, come la protagonista del suo primo romanzo, presunti terroristi, minoranze etniche mal sopportate, intoccabili di casta, afro-americani, indipendentisti del Kashmir, la cui difesa le ha comportato l'accusa di sedizione.

Arundhati Roy potrebbe essere la sorella minore di Thomas Bernhard, uno dei più grandi autori del Novecento, ma non per l'Austria, il suo Paese, verso il quale mostrava la medesima implacabilità che la scrittrice indiana adopera oggi dinnanzi al proprio. Ma un popolo, un territorio nazionale, gravati per giunta dall'orgoglio e dalla storia di un passato imperiale, non sfuggono al velato sentimento di superiorità e di prescelti dal paradiso quando avvertono che la solo la storia, e non il presente, sta dalla loro parte. Codesto popolo non vuole sentire di guasti e contraddizioni che imperlano il loro presente, perché la storia è un abito così abbagliante da nascondere allo sguardo qualunque macchia contemporanea. Così sono nati i nazionalismi, così oggi imperversano i sovranismi, come alibi trionfanti di ogni disgrazia.

"Rucksichtslosigkeit" è il termine che ricorre nei testi dello scrittore austriaco. E significa intransigenza, mancanza di riguardi per chiunque. E' il medesimo approccio della più giovane autrice indiana. Entrambi, e in epoche non così diverse (Bernhard è morto a 58 anni nel 1989), hanno messo sotto accusa le convenzioni sociali e religiose della loro gente, le ipocrisie correnti e le menzogne dei governanti, le incoerenze e i pregiudizi delle loro generazioni, le ambizioni egoiche e moleste delle borghesie in ascesa. Certo, dovrebbe essere proprio questo, nell'avviso di molti, il preminente impegno del vero scrittore, non solo testimone del tempo, ma sensore delle contraddizioni e dei difetti di una comunità, colui che suona l'allarme in tempo di un focolaio che può espandersi e decretare la rovina e persino la morte di una civiltà. Bernhard e Roy, in forme diverse, non hanno ancora ricevuto clemenza né amnistie dai loro connazionali, compresi importanti segmenti dell'intellettualità nazionali. Nel caso dell'austriaco il reato di intransigenza non si è estinto con la sua prematura scomparsa. Quanto alla Roy, vogliamo raccontare un episodio emblematico. Una volta a Lisbona, trovandoci alla Facoltà di Lettere per preparare una conferenza sull'India narrata dagli autori italiani, il giovane docente del Kerala di hindi, promotore dell'incontro con gli studenti, s'irrigidì vistosamente al nome citato della scrittrice e commentò, con il mento piegato a destra nel disappunto, che si trattava "solo di una donna che oltraggia il proprio Paese". Rispondemmo che forse quel giudizio era influenzato dalla propaganda del governo tradizionalista. E a quel punto della disputa la conferenza rischiò di saltare.

Le parole sono pietre, come pensava Primo Levi. Quelle usate da Arundathy Roy colpiscono il governo (che definisce fascista) e la nuova borghesia opulenta quanto e più di un milione di oppositori in piazza, che non ci sono più per le repressioni violente della polizia ma soprattutto perché sono lontani i tempi e gli ideali delle lotte terzomondiste e democratiche dell'epoca Indira, quando l'India, con lei autorevole, presiedeva l'Organizzazione dei Paesi Non Allineati, la terza forza nascente delle giovani democrazie nel mondo bipolare Usa-Urss, la forza che difendeva gli interessi delle popolazioni e l'indipendenza, economica e politica, delle nazioni in via di sviluppo. Oggi il capitalismo in coppia con l'industria digitale sta travolgendo e in parte ha travolto le base identitarie e religiose di una nazione con le autostrade a quattro corsie che spezzano in due interi villaggi, con le dighe mastodontiche, per l'enorme fabbisogno di un Pil che nel primo decennio del Duemila correva a due cifre, dighe che hanno costretto all'esodo milioni di contadini. Nell'operazione di chirurgia plastica un ruolo da primario lo giocano le multinazionali come la Monsanto, la quale, grazie a complicità governative, inondò l'India, primo produttore al mondo, di semi di cotone Ogm, rivelatisi poi inutilizzabili perché richiedevano acqua costante, mentre dal mercato venivano ritirati i semi naturali. Una tragica conseguenza fu la morte di un numero imprecisato di agricoltori in fallimento: si calcolarono 200 mila suicidi.

L'India narrata da Arundhati Roy - che pure resta la culla della spiritualità mondiale, della limpida testimonianza della non-violenza del Mahatma Gandhi, del qui e ora, cioè dello stato dell'anima che tiene a bada i tarli del passato e le ansie del futuro - è il subcontinente del mondo di sopra, il mondo dei privilegi delle caste superiori, del braminismo, dei suprematisti indù di governo alleati delle multinazionali, della repressione dei diritti civili e degli arresti arbitrari e degli assassinii di chi ne difende la causa. Un'India sconosciuta a coloro, provenienti da tutto il globo, che seguono le orme di Osho e Yogananda, dei guru e dei sadhu, degli ashram dello yoga, della purificazione e della fratellanza. Sono due mondi a parte che si ignorano. Nell'India dove si parlano 780 lingue, escludendo i dialetti, la lingua del benessere interiore è una sola, nell'India della fratellanza religiosa e del sincretismo gandhiano, la caccia al musulmano che protesta perché privato della cittadinanza contiene un carniere insanguinato a tracolla dei gruppi paramilitari della RSS, partito storico di ultradestra che gestisce anche scuole e università, "la nave madre del Bharatiya Janata Party, il partito al governo". Scrive la Roy: "Nell'India di oggi c'è un mondo oscuro che sta avanzando sotto gli occhi di tutti, ed è sempre più difficile comunicare persino a noi stessi la gravità della crisi". E poi "Le carceri indiane sono piene zeppe di prigionieri politici, in gran parte accusati di essere maoisti o terroristi islamici, due termini cui è stata data una definizione talmente ampia da includere praticamente chiunque si trovi in disaccordo con le politiche governative". Uno "Stato canaglia", dunque, il cui profilo risulta sconosciuto all'opinione pubblica internazionale, paragonabile alla Turchia di Erdogan, alla Bielorussia.

"Azadi" è un reportage sotto forma di narrazione infiammabile o un romanzo travisato da saggio politico? Realtà e finzione, chiarisce lei, non sono due categorie opposte e l'una non è necessariamente più vera o reale dell'altra. E cita la lettera affettuosa che l'inglese John Berger le scrisse: "La narrativa e la saggistica l'accompagnano per il mondo, esattamente come le sue gambe". "La questione per me era risolta".