LE PAROLE FRA NOI

APPUNTI DI UN ATTORE IN SCENA NE “IL DIARIO DI ANNE FRANK”

di Tonino Tosto

Dopo il classico rito che accomuna tanti attori prima che si alzi il sipario, il nostro regista lancia il "Chi è di scena?!".

Scendiamo dai camerini.

Ci siamo! Mezza sala, buio.

Dal foyer arrivano amplificati i suoni del porto di Amsterdam che avvolgono il pubblico in platea (come provenissero dall'esterno, contribuendo, in tal modo, a dare al pubblico la sensazione di trovarsi realmente in un spazio chiuso e ristretto).

Abbiamo, ho, la consapevolezza dell'importanza che può, che deve avere questo spettacolo teatrale che stiamo per interpretare; del suo profondo valore morale, civile e culturale.

In questo tempo di disimpegno sbandierato come status; di ignoranza o mistificazione della Storia; di negazione di tragici eventi che hanno segnato il Novecento come le guerre e l'Olocausto; di crescente odio verso il diverso che diverso non è, l'impresa affrontata dal Teatro Belli (Antonio Salines, Francesca Bianco e Carlo Emilio Lerici) di mettere in scena e di produrre, senza alcun aiuto o contributo, questo "dramma nella speranza", assume le sembianze di una sfida antica e solitaria (non velleitaria considerati i risultati finali).

Noi e il pubblico conosciamo l'orrore che raccontiamo grazie a chi salvò gli appunti, i fogli, i taccuini.

Miep Gies trovò il diario di Anne nella soffitta e lo nascose in uno scrittoio per quando la giovane Anne sarebbe tornata libera. A guerra finita la donna consegnò tutto al padre di Anne, Otto, unico superstite della famiglia.

Otto Frank in seguito mise assieme tutti gli scritti e li pubblicò ad Amsterdam, nel 1947, col titolo originale Het Achterhuis (Il retrocasa).

I numeri del "Diario" sono impressionanti: tradotto in sessanta lingue, pubblicato in quaranta paesi, oltre trenta milioni di copie vendute; ha ispirato due film (1959 e 2016) e una riduzione teatrale di Goodrich e Hackett (1956, Premio Pulitzer per la drammaturgia e Tony Award alla migliore opera teatrale). Nel 1997 la drammaturga Wendy Kesselman rivede ed aggiorna il testo teatrale sulla base delle ultime pubblicazioni (The Diary of a Young Girl: The Definitive Edition, 1995, casa editrice Doubleday).

A questa revisione del 1997 fa riferimento la messa in scena di Carlo Emilio Lerici che stiamo per rappresentare.

Il lungo flash-back ha inizio.

Otto Frank ritorna nella soffitta - nella quale insieme alla sua famiglia, ai Van Damm e al dott. Dussel ha vissuto due anni di "terrore e speranza" - e Il diario di Anne Frank - come una pellicola che si riavvolge - ritorna al primo giorno e tutto ha nuovamente inizio.

Tutti sappiamo quale sarà la tragica conclusione ma, durante i cento minuti della rappresentazione, dobbiamo mettere in scena le nostra paure non facendoci sopraffare da esse, semprecomunicando che stiamo vivendo nella speranza di una libertà in arrivo e di un mondo migliore.

Ognuno di noi, in questo minimo spazio, ripropone una sorta di rifiuto, di incredulità della tragica cattiveria che percorre l'Europa e dell'inevitabile epilogo al quale ci porterà la follia hitleriana.

Sappiamo cosa stiamo rappresentando - e questa è la forza del Teatro - eppure viviamo in quei quaranta metri quadrati, che riproducono la soffitta dei Frank, con i tempi del vivere quotidiano caratterizzati da momenti leggeri, da scontri, incontri, simpatie, antipatie, dalle intemperanze giovanili, dalle speranze/certezze di un domani di libertà, dalle scoperte di sentimenti sconosciuti, dalle piccole debolezze, dalle vigliaccherie, dagli egoismi e dalle cupidigie umane.

Anne, ad esempio, anche nel momento in cui tutto precipita con l'arrivo imminente dei nazisti, mantiene, fino all'ultimo, la sua voglia di vivere: "Non penso a tutta la miseria, ma alla bellezza che rimane... malgrado tutto io credo ancora all'intima bontà dell'uomo!".

Siamo al tragico epilogo.

In un estremo tentativo di non cedere all'orrore che incombe, Otto Frank, un attimo prima che i nazisti entrino nella soffitta per portarci via, dice a tutti coloro con i quali ha convissuto fino a quel momento: "Negli ultimi due anni abbiamo vissuto nel terrore, adesso vivremo nella speranza".

È l'ultima scena dello spettacolo.

E qui tutte le mie "certezze tecnico/teatrali" si incrinano.

I miei occhi, come quelli di molti spettatori, si inumidiscono. Sento - e cerco di trattenere inutilmente - un tremore per tutto il corpo.

Sono cresciuto con lo studio e l'applicazione pratica delle teorie brechtiane, sono cosciente che la tecnica che dà luogo all'effetto di straniamento è diametralmente opposta a quella che si prefigge l'immedesimazione che porta l'attenzione dello spettatore solo sull'elemento di illusione. Ricordo bene quanto affermava Bertolt Brecht: "Il pregio principale del teatro epico, basato sullo straniamento, il cui scopo è rappresentare il mondo in maniera che divenga maneggevole, è precisamente la sua naturalezza, il suo carattere tutto terrestre, il suo umorismo, la sua rinuncia a tutte le incrostazioni mistiche che il teatro tradizionale si porta appresso fin dall'antichità."

Non so se sto tradendo teorie e pratiche brechtiane. Il mio pensiero è solo uno, semplice, e questo mi provoca l'emozione, le lacrime, il tremore: come è possibile che sia potuto accadere tutto ciò? Come è possibile che interi popoli abbiano, pur sapendo, taciuto, ignorato, girato lo sguardo? E come è possibile che, malgrado l'insegnamento della Storia, si ripetano orrori contro parti dell'umanità e si tenda sempre più piuttosto che alla Conoscenza alla Ignoranza e alla Dimenticanza?

Sento che la stessa domanda se la stanno ponendo diversi spettatori che vedo nell'applauso finale commossi e smarriti quanto me.

Gli applausi continuano convinti e - ritornando a salutare il pubblico che ci comunica affetto, stima, gradimento per quanto abbiamo rappresentato - penso che, sostanzialmente, il continuo insistere del regista Carlo Emilio Lerici e di Antonio Salines sulla verità da rappresentare in scena (sempre) sia la strada giusta.

Walter Benjamin a proposito delle teorie brechtiane scrive: "...il teatro epico rende il gesto "citabile" che significa far emergere, il senso implicito nell'enunciato, quanto l'enunciato agisce ma non dice."

La verità rappresentata non è mai sottolineatura dell'illusione.

Siamo nei camerini. Molti degli spettatori vengono a salutarci e a confermarci l'apprezzamento per uno spettacolo "che - per non dimenticare - andrebbe rappresentato sempre".

"Il diario di Anne Frank" è stato in scena dal 24 gennaio al 16 febbraio.

Circa 3500 studenti delle scuole romane hanno assistito con commossa e attenta partecipazione alle mattinée programmate; oltre 2000 spettatori hanno partecipato lo spettacolo serale.

Un grande successo che tornerà la prossima stagione teatrale.

Siamo naturalmente molto soddisfatti.

Però vorrei sprecare qualche parola per quelli che definisco "il popolo del like".

Grandi frequentatori della rete che ricevuta la locandina e in alcuni casi l'invito per assistere allo spettacolo - pensando in tal modo di aver chiuso il circuito comunicativo - si limitano ad inviarti il semplice mi piace senza neanche sprecare una parola.

Chi sono costoro?

Molti, purtroppo, stanno nella schiera di coloro che pensano di conoscere la storia e sapere come "funziona" il mondo; persone che magari hanno avuto impegni politico/sociali o addirittura hanno ancora degli incarichi istituzionali e che quindi non hanno tempo per venire ad assistere ad uno spettacolo.

A costoro che non abbiamo visto a differenza di tanta gente che frequenta il teatro ed era interessata a quanto rappresentavamo) vorrei inviare non un semplice emoticon con una faccina triste ma le (poche) parole di un modesto operatore culturale che avverte il rischio rappresentato dall'adagiarsi di molti "intellettuali" o cittadini ex impegnati che preferiscono i salotti, i dibattiti tra addetti ai lavori o in gruppi chiusi in rete o hanno smarrito il senso della appartenenza e della testimonianza della partecipazione.

Cresce l'area del disimpegno, della nonconoscenza e delle fakenews sbandierati come status.

Per ragioni anagrafiche diminuiscono i testimoni diretti degli orrori delle guerre e dell'Olocausto.

Dobbiamo raccogliere il testimone e proseguire nelle azioni "per non dimenticare".

È necessario un ritorno al gusto del confronto e anche della testimonianza solidale a fianco di chi (producendo, senza alcun aiuto, uno spettacolo come questo) rischia in proprio.

Spettacoli come Il diario di Anne Frank possono contribuire a tutto questo.

Non è sufficiente un mi piace...

Il teatro ha bisogno della presenza viva e concreta dello spettatore, (anche col pagamento di un biglietto).

Non solo like pleas!