Le Parole fra Noi

ANTIMANUALE

di Stefano Lanuzza

"L'arte di scrivere non la perdiamo mai,

ma ciò che perdiamo, a volte, è l'arte di leggere" .

(Henry Miller, I libri nella mia vita).

Parlare, scrivere

Non è sempre vero che se parli bene, scrivi bene. Essendo la scrittura non un semplice effetto del parlato ma qualcosa di maggiormente complesso, cioè l'esito d'un sistema di pensiero più strutturato del discorso orale.

La netta differenza tra parlare e scrivere è banalmente dimostrata dal fatto che quando scrivi... stai zitto. Poiché la scrittura pretende il silenzio. Lo stesso vale per la lettura.

Parlando 'dici' le parole, e scrivendo le componi. Se la chiacchiera della quotidianità usura e omologa la parola parlata rendendola effimera, la scrittura tende a differenziare le parole fissandone il senso e stabilendo coi lettori un rapporto possibilmente duraturo nel tempo.

Allora la parola orale, diretta a taluno più o meno disposto all'ascolto, non riguarda il talento scrittorio, qualcosa che, nell'immediato, s'elabora senza interlocutori esterni a chi scrive. Pensa a Vittorini, notoriamente refrattario a parlare in pubblico e autore d'una raccolta di articoli e brevi saggi, intitolata Diario in pubblico, dove, in pubblico, non si parla se non... scrivendo.

Una parallela idiosincrasia per la 'parola della bocca' è professata anche dallo schivo Stefano D'Arrigo, autore dello sterminato Horcynus Orca, il più grande romanzo di mare della letteratura italiana recentemente tradotto in lingua tedesca e in fase di traduzione inglese, spagnola e francese: giudicato arduo per il suo ricorso al gergo, a neologismi e al dialetto ma in realtà comprensibilissimo se s'osserva come, accanto a parole inusuali o meno conosciute, D'Arrigo sappia porre dei termini d'uso corrente che, in modo riflesso, spiegano, oltre che il gergo, i neologismi e le parole dialettali, il senso della stessa frase.

Circa le neoconiazioni presenti in un testo, va ricordato che, superando le consuetudini, ideare parole nuove resta il riconosciuto diritto d'ogni autore... Perché una lingua fissa è una lingua morta.

"Sopra le righe"

Chiedere a D'Arrigo perché scrive è come domandare a un pesce perché nuota.

Si è verso la fine degli anni Settanta quando, sorseggiando l'ennesimo caffè nella sua casa romana in via dell'Assietta nel quartiere di Montesacro, lo interroghi su cosa sia mai la Scrittura. Sapendo che a domande così, o del tipo Cosa sono la Letteratura la Poesia l'Arte?, possono facilmente seguire risposte perlomeno inadeguate.

Forzato nel suo usuale riserbo, lui ti guarda con benevolenza, forse considerando la tua giovane età d'allora, e come rivolgendosi a se stesso mormora: "La scrittura è l'infinito materializzato sopra le righe, per meun'approssimazioneall'inesprimibile". Parole forse associabili a un'espressione del Monsieur Teste di Valéry: "L'infinito, caro amico, non è più gran cosa: è una questione di scrittura".

Subito dopo, giudicando la tua domanda alquanto "metafisica" e perciò meritevole - sogghigna - d'una "risposta enigmatica", D'Arrigo ti chiede di farglielo sapere un po' tu cosa sia la scrittura. Mentre pensi che sopra sia sempre meglio che 'sotto' le righe, lui non aspetta improbabili risposte e, cambiando argomento, comincia a parlare d'altro: di quando, giovanissimo, gioca da mediano nella squadra di calcio del Messina o del musicale fruscio dei raggi delle ruote d'una sua antica bici da corsa marca "Maino" a tre marce ("Pura poesia" sospira)... "L'umana civiltà nasce soprattutto con la scrittura e la lettura" tiene infine a concludere.

Senza chiedere 'passaggi'

Più tardi, accompagnandoti all'aperto, D'Arrigo dice: "Sai come ho imparato a scrivere?".

"Scrivendo?" dici tu, facendo seguito al suo pensiero.

"Già. Ed è l'unica cosa che so" rivela con una luce umile nello sguardo. Aggiungendo: "Quando uno si mette a scrivere non sa bene che fa, anche se dovrebbe sapere cosa vuole. Io so che s'impara a scrivere 'tentando' se stessi, provando e riprovando. Uno lavora e vive nel proprio testo, distante da gruppi, circoli e congreghe: dalla società letteraria, diciamo. Senza consegnarti all'isolamento dove non ci sono interlocutori ma solo abissi di sorda indifferenza, lo scrivere ti fa percorrere un cammino conoscitivo della verità del reale. Una verità che nasce dall'interno di chi scrive e non deve necessariamente coincidere con le fedi stabilite o le idee tramandate... Non incoraggerei nessuno a fare lo scrittore: sicuro che chi vuole scrivere lo farà senza bisogno di suggerimenti, obiezioni, dubbi e consigli. Lo farà senza 'chiedere passaggi'... Peraltro, io scrivo anche per un sentimento di ribellione, forse per gli stessi 'astratti furori' del mio conterraneo Vittorini: uno che crede nella magia della scrittura"... Appunto, per Vittorini scrivere è avere "fede in una magia: che un aggettivo possa giungere dove non giunse, cercando la verità, la ragione; o che un avverbio possa recuperare il segreto che si è sottratto a ogni indagine" (Diario in pubblico).

Chi scrive

Vuoi scrivere? Fallo, semplicemente. "Non è necessario aver frequentato Lettere all'università. Non sono richieste conoscenze specifiche" spiega il romanziere giapponese Murakami Haruki in Il mestiere dello scrittore... Gadda, tra i maggiori scrittori italiani del Novecento, è ingegnere. Mentre ben quattro Premi Nobel italiani per la letteratura - Grazia Deledda, Quasimodo, Montale, Dario Fo - non hanno frequentazioni universitarie.

Senza ritenerti a priori uno scrittore, se credi di doverti dedicare alla scrittura tieni vivo ciò che in te è anticonformismo e sovversione. Come la rivolta, anche la scrittura nasce dal sentimento dell'assurdo pervadente la condizione umana e da un desiderio di contestare o destabilizzare; ma anche di costruire, capire, comunicare, interrogare, cercare, trovare e dare risposte.

Mentre impreca contro la natura che condanna a morte le creature, Leopardi dice sì alla vita e, con la sua opera, chiede agli individui di continuare; di lasciare un'umana traccia: scritta. E ti torna in mente il maestro di critica letteraria Gianfranco Contini, che, già anziano, nel suo eremo a Pian de' Giullari considera: "Di un soggetto, alfine, conta soltanto l'opera".

Una disperata fede nella possibilità di vincere la sorte presiede alla nascita della scrittura, questo modo d'aggiungere vita alla vita... Non serve, per scrivere, credere alla mitica ispirazione. Poiché la scrittura non nasce dall'ispirazione ma, possibilmente, la fa nascere: non è ispirata, ma ispira. "Occorre lavorare tutti i giorni per parecchie ore; non starsene lì ad aspettare il momento dell'ispirazione" scrive in Vita d'artista il troppo sottovalutato Carlo Cassola. "L'ispirazione viene quando si lavora, non quando si ozia"... Il vero nome dell'ispirazione, quindi? La vitale, incoartabile voglia di scrivere.

Però non scrivere senza motivo, al pari di quelli che parlano tanto per parlare. Non trasformare la scrittura in chiacchiera e non scrivere 'a caso', che è come parlare a vanvera.

Senza perdere tempo cogli ecumenici corsi per scribi d'allevamento, raffinando la tua sensibilità e competenza umana potenzia l'attenzione, la sottigliezza, la cura dei raccordi fra le parole e le cose. Bada alle sfumature del linguaggio ed esploralo, con la consapevolezza dei suoi limiti.

Uno scrittore stabilisce, prima di tutto, un contatto con se stesso e le proprie percezioni, leggendo un libro invisibile per scriverne uno concreto.

Leggi una pagina immaginaria e scrivila realmente.

Vuoi scrivere un libro? Mettici dentro qualcosa di non meno interessante delle cose del mondo; e senza compiacenze verso quanto va per la maggiore sul mercato. Sapendo pure che scrivere richiede di farlo a partire dalla propria perizia conoscitiva, da rinnovare e potenziare ulteriormente vivendo e scrivendo: 'scrivivendo'...

Cominci a scrivere, dapprima, per la meraviglia di vivere. Per sentirti e saperti vivo, e per esserlo davvero. Poi perché ti piace immaginare. Perché la realtà non ti basta. Per la manutenzione dei sogni. Per curiosità. Per conoscere, nominare, esaudire i desideri. Per carezzare e schiaffeggiare le parole. Per giocare. Per metterti in gioco. Per giocare d'azzardo. Per essere amato. Per travestire l'esistenza con le parole. Per essere te stesso.

Più tardi, scrivi perché ne sei capace. Perché hai qualcosa da dire. Per cercare un ordine personale nel caos del mondo. Per descrivere il caos. Per inventare il mondo. Per capire che succede. Perché ti manca qualcosa e vuoi sapere cosa sia. Perché scrivendo non ti manca niente. Per porre domande. Per dare risposte. Per scoprirti e per nasconderti. Per non sentire freddo. Per scaldarti. Per evocare i fantasmi e i mai esistiti. Per condividere la solitudine degli abbandonati. Per farti compagnia. Per ingannare la morte. Perché solo la morte non ha parole. Per viaggiare. Per lavoro. Perché scrivere non è un lavoro. Per essere letto. Per la kantiana 'cosa in sé' e per non chiederti più perché scrivi. Perché scrivere non si lascia spiegare. Perché scrivi anche quando non scrivi. O perché sta giungendo un tempo senza più scrittura.

Scrivendo, liberati da condizionamenti immediati rivolgendoti prima di tutto a te stesso. Dopo ciò, mettici un po' di generosità e, se vuoi, domandati per 'chi' scrivi immaginando i tuoi possibili lettori.

Rifletti sulle parole che vai allineando, sceglile, valutale, modificale, integrale, cancellale o aggiustale riscrivendole in svariate stesure.

Contro la colonizzazione dei neologismi inglesi, adopera tutte le risorse della bella lingua italiana e, se ne sei capace, inventa tu dei neologismi (ma in lingua italiana).

Muoviti entro dinamiche razionali sempre inventive. Con uno stile che è voce interiore, modulata e quanto più possibile precisa d'uno scrivente in fondo mai del tutto persuaso di essere anche un compiuto scrittore. Scrivendo, ascoltati.

Velocista, scrivi racconti e articoli. Fondista, scrivi romanzi e saggi... Poeta, scrivi versi e, se puoi, soltanto versi.

Come parlando da soli

La scrittura è solitaria e individuale, al pari della lettura.

Scrivere o leggere è come parlare da soli, dunque? Ma, si sa, nessuno che non sia strano parla da solo. Però nessuno può scrivere se non isolandosi. Anche, come fa Sartre, trattenendosi al tavolo d'un affollato caffè parigino di Montmartre a rivedere le bozze del suo monumentale L'essere e il nulla. In questo libro che è qualcosa di più di un'opera filosofica e svela qualità estetiche implicanti non pochi moduli letterari, Sartre riflette anche sul linguaggio inteso come un "essere-per-altri" e su "una soggettività" autopercepita "come oggetto per l'altra": in tal modo sgravando chi scrive dal suo supposto solipsismo.

Pertanto, appurato un effettivo rapporto con altri linguaggi, cioè una riconosciuta continuità fra scrittore e lettori, nessun discorso letterario può dirsi totalmente inventato. Dire, da scrittore, "io sono linguaggio" significa allora, realmente, "essere questo o quello per altri".

Se chi parla da solo appare strano, solitario ma giammai solo è lo scrittore. Al contrario, quanto il diavolo ribelle col quale gli artisti sogliono stringere patti di sangue, egli è legione. Pensa a Proust e al pullulare, nella sua Recherche, di presenze fantasmatiche rivelatrici delle molte proiezioni dello scrittore: nessuna camera è più affollata della sua, ancorché isolata con pannelli di sughero.

Dall'estate del 1991 all'inverno del 1993, poco prima della morte per leucemia avvenuta nel 1994, solo nella sua stanza Charles Bukowski, l'autore delle suburbane Storie di ordinaria follia,va scrivendo - per la prima volta al computer, con cui intrattiene un comico rapporto d'odioamore - le sue ultime pagine, pubblicate postume col titolo di Il capitano è fuori a pranzo. Non si tratta d'un supposto diario (altrimenti tutta l'opera di Bukowski lo sarebbe. "Trovo" ammonisce l'autore "che chi tiene un diario e ci scrive i suoi pensieri sia una testa di cazzo". Davvero, perché mai dovresti raccontare a te stesso i fatti tuoi?), bensì del bilancio esistenziale di chi ha i giorni contati e se ne rammarica solo per il fatto di non poter scrivere più.

Sbrigati, caro

Ti capita d'immaginare gli scrittori del passato come grandi vecchi carichi d'anni? Invece assai breve è l'esistenza di molti fra loro. Precaria è la vita e noi te lo ricordiamo - sembrano dire. Senza illudersi, si tratta di tradurre dalla propria condizione mortale qualcosa - un segno, una parola, un'opera - che non s'arrende al nulla ma continua nel tempo e vorrebbe invocare: Per sempre.

Medita: Lautréamont muore a 24 anni e Keats a 26. Lermontov, Trakl e Laforgue non superano i 27. Shelley, Emily Brontë e Esenin giungono a 30, Renato Serra e Sylvia Plath a 31, Silvio D'Arzo a 32, Gozzano a 33, Jarry a 34 e Katherine Mansfield a 35. Dura 36 anni la vita di Byron e 37 quella di Rimbaud, Federigo Tozzi e Majakovskij. Puškin, García Lorca e Apollinaire s'arrestano a 38; Novalis, Leopardi e Dylan Thomas arrivano stentatamente a 39; Poliziano, Poe e Jack London a 40; Kafka, Blok e Fenoglio a 41. E ancora: Pavese, Jane Austen e Kierkegaard 42, Maupassant 43; Kleist, Stevenson, Čechov, Lucini, Saint-Exupéry e Fitzgerald 44; D. H. Lawrence, i suicidi Joseph Roth e Mishima 45, Baudelaire e Renard 46, Campana, Mandel'štam, Pessoa, Orwell e Kerouac 47, Salgari 48, Celan e Raymond Carver 50, Tasso, Molière, Rilke, Balzac, Proust e Lorenzo Calogero 51, Shakespeare, Artaud e Longanesi 52, Merleau-Ponty e Pasolini assassinato 53, Cartesio e Mary Shelley 54, Sterne e Ripellino 55, Dante, Nietzsche, Emily Dickinson e Mallarmé 56, Eluard, Camus e Goffredo Parise 57, Brecht 58, Montaigne, Stendhal, Flaubert, Joyce, la suicida Virginia Woolf e Malaparte 59, Giovanni Arpino 60, Dossi, Savinio e Corrado Alvaro 61, Italo Calvino e Flaiano 62... Come se l'arte della scrittura 'bruciasse' la stessa vita dello scrittore, colui - spiega Blanchot in Lo spazio letterario - "che trae il suo potere di scrivere da una relazione anticipata con la morte".

Stando così le cose e fatti i debiti scongiuri, sbrigati, caro/a, se pensi d'avere buone cose da scrivere.

Libero

Da sopravvissuto alla malasorte, Bukowski fa il bilancio della propria esistenza difficile, dell'ostracismo subito, del suo individualismo asociale ed esasperatamente anticonformista: mai stato un bravo figlio, uno scolaro studioso, un cittadino esemplare... Non è che uno scrittore. Ma non di quelli che scrivono per compiacere il pubblico, gli editori, i redattori dei giornali, i recensori e, tanto meno, le accademie o le cricche dei politicanti. Uno scrittore libero, Bukowski.

Lui che vuol essere "il capitano" di se stesso va ripetendosi che solo nella scrittura - nel divertimento, nel piacere, nella valvola di sicurezza offertagli dallo scrivere - trova una ragione per andare avanti, gioire anche nella sofferenza, proteggersi dalla morte, volare.

Lui che - dopo avere patito anche la fame e fatto i lavori più umili, bevuto ettolitri di birra e vino, fumato diverse migliaia di sigari, dormito sulle panchine e abitato in squallide stanzette - conosce a sessant'anni il successo come scrittore geniale, emulato da numerosi epigoni, ora, trascorsi i settant'anni, se ne sbatte della reputazione, della fama, del denaro.

Solitudine dello scrittore

Per scrivere, bisogna fare tutto da soli. Inventariando, prima, l'occorrente necessario: l'esperienza, la conoscenza e la competenza, le idee, il linguaggio e un po' di cultura, l'immaginazione, il tempo e perfino il clima giusto.

A chi gli parla della solitudine e dei sacrifici d'uno scrittore, Bukowski risponde che la solitudine non esiste. Né è vero che uno scrittore debba sacrificarsi. "Non c'è sacrificio nel lavoro dello scrittore" dice in un'intervista riportata da "La Repubblica" (Autoritratto dal vero con lattine di birra, I agosto 1981). "Uno si chiude nella sua stanza e si diverte, è divertimento gratuito [...]. L'importante è scordarsi di stare scrivendo, scordarsi di essere uno scrittore per tornare a se stessi, a quello che uno è veramente. Lo scrivere non è sacrificio".

"Cos'è allora la solitudine?" interroga Milan Kundera in L'arte del romanzo. "Un fardello, un'angoscia, una maledizione, come hanno voluto farci credere, o invece il valore più prezioso, continuamente schiacciato dalla collettività onnipresente?".

Scrivendo, non sei mai solo: stando nello spazio tra soggettività e oggettività, hai la compagnia delle parole che diventano idee, persone, cose. Hai per compagno il mondo.

Ben pochi sanno stare da soli e molti vogliono accodarsi al gregge degli utenti d'idee e prodotti preconfezionati... Salva una tua appartata distanza, se vuoi che, con la libertà, anche la scrittura sia tua: e padrona di scegliere la compagnia dei propri lettori.

Poi non è completamente sincero chi si vanta di scrivere solo per se stesso. Più credibile appare chi, trasvalutando ogni narcisismo, scrive per scrivere.

Appassiona Bukowski la libertà di scrivere ciòcheuno sente. Non sta a 'pettinare le bambole' ma va al sodo, lui: lo esalta affilare la parola con cui inizia la prima riga, poi quella successiva; e lo riempiono di godimento un paragrafo scattante, una pagina fresca, nuova, piena di ritmo, fuoco, sugo, gioco.

La sua gioia di scrivere è la stessa del suo lettore. Perciò lo annoiano gli scrittorelli esangui e i molesti collezionisti di soffietti pubblicitari spacciati per recensioni; quelli che, appena non stiano al centro dell'attenzione, soffrono tanto di solitudine. Lo disgustano i poetucoli nonpoeti che non sanno ridere e, penosi patetici pusillanimi egolatri dediti allo 'stronzismo' che presiede al culto del proprio Io, s'emozionano e commuovono fino alle lacrime recitando pubblicamente i propri versi ma giammai interessandosi a quelli altrui.

Non sono poeti da prendere ad esempio i narcisisti concentrati solo sulle proprie strofe, rime, carmi, laudi, madrigali, sonetti e sonettesse; come non può esserti amico chi si occupa soltanto di se stesso.

E per favore - perora Leopardi nel XX dei suoi Pensieri -, basta con le 'recite' di poesia! Tale "vizio [...], sì barbaro e sì ridicolo, e contrario al senso di creatura razionale, è veramente un morbo della specie umana".

"Non basta il dolore"

"Per scrivere" avvisa sempre Bukowski nel citato Il capitano è fuori a pranzo "non basta il dolore," nemmeno per finta: "ci vuole uno scrittore". E li descrive senza nessun riguardo, certi infingardi estensori di "cazzate mosce e vizze". Mantenuti da qualche rendita familiare, ben vestiti e pasciuti, innamorati di se stessi e del proprio talento giustamente misconosciuto, vogliono vivere "come poeti". Avere vita facile e quattrini, fama, donne, tutto; e stare in compiacenti camarille per adularsi a vicenda e poi sparlare, infastidire, invidiare, intralciare chi sta solo e senza garanzie oltre la propria scrittura; potendo appena dire, col disarmato "Buk" (o "Hank" per i pochi amici): "Sono qui a scrivere poesie, un romanzo. Non posso farci niente, non so fare altro".

Consapevole di non fare niente d'indispensabile e che "il mondo vivrebbe molto più facilmente senza libri che senza fogne", piuttosto che rinunciare ai libri lui preferirebbe "vivere senza fogne": ma pure persuaso che, alla resa dei conti, la scrittura può renderlo vincente. "Morirai guerriero, sarai onorato all'inferno. Fortuna della parola".

Scuole di scrittura

Con simili presupposti, non te l'immagini quale sia il pensiero del cattivo maestro Bukowski sulle cosiddette scuole di scrittura creativa, anche per corrispondenza, e su chi, con lezioni, dispense, prontuari o eserciziari, la scrittura supporrebbe d'insegnarla?

Che fortuna, ti sei salvato dalla scuola! Ora, forse optando per più proficui corsi di erboristeria o giardinaggio, salvati dalla creative writing d'importazione americana. Scordandoti che, a frequentarla, si possa trovare l'ambìto contatto editoriale: ricercabile solo dopo avere scritto buone opere.

Se, uscito indenne dalla scuola dell'obbligo, non t'entusiasmerebbe incorrere in una scuola di scrittura, adunando le tue risorse puoi tuttavia 'allenarti' a scrivere. Al pari d'uno sportivo impegnato a migliorare la resistenza nella propria disciplina. Talora come Kerouac, che - celia Truman Capote - non è un eccelso scrittore, ma rivela grande resistenza nel... battere a macchina.

Munito degli accessori (matite con la mina morbida, penne scorrevoli dall'inchiostro brillante, un computer che non conosca intoppi o, come capita, non ti segnali sbagliate le parole giuste) e non dimenticando l'essenziale, ovvero tutte le buone ragioni per scrivere o non scrivere, potresti, se non imparare alla perfezione la scrittura, vedere cosa essa sia: ogni volta osservando le regole base della grammatica per evitare errori e sapendo che non c'è una didattica del talento e tanto meno del genio, non dell'immaginazione né dello stile.

Così Shakespeare o Dante non potrebbero insegnare a nessuno un modo per essere Shakespeare o Dante.

Chi? Che cosa? Dove? Quando? Perché? Se non sei troppo convinto d'essere nato scrittore, accingendoti a scrivere rispondi ai cinque succitati interrogativi (mancherebbe il fondamentale come?) della scuola di giornalismo anglosassone, buoni per ogni tipologia scrittoria. Ma sempre avendo presente che non s'insegna né si può imparare l'immaginario a presupposto di qualsiasi arte.

"Nessuno vi può consigliare e aiutare, nessuno" scrive Rilke da Parigi, il 17 febbraio 1903, a un giovane poeta in cerca di suggerimenti. "Penetrate dentro di voi. Ricercate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate s'essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore [...]. Anzitutto questo: domandatevi nell'ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere?".

La pretesa di potere insegnare la scrittura è ingannevole quanto l'idea qualunquistica secondo cui 'tutti scrivono'. Al contrario, sono pochi a scrivere: come sono pochi i lettori. Tanto che oggi, in Italia - riferisce lo storico della lingua Tullio De Mauro nel settimo volume del Grande Dizionario Italiano dell'Uso pubblicato dall'Utet -, il 5% degli adulti non è in grado di leggere e il 33% ha gravi problemi a leggere e scrivere.

Inoltre, secondo le statistiche, negli ultimi decenni la percentuale degli italiani che in un anno riesce a leggere almeno un libro non arriva al 40%, mentre il numero dei lettori va riducendosi di anno in anno.

Da rilevare, in aggiunta, che quattro italiani su dieci non capiscono il significato d'una frase anche semplice; e che il 70% dei libri in commercio non vende nemmeno una copia... Aggiungi il continuo declino del mercato dell'editoria, la rapacità dei distributori che rifiutano la piccola editoria coi libri a prezzi calmierati, la chiusura per fallimento delle librerie.

Sapendo ciò, vuoi pubblicare lo stesso qualche tuo buon libro?... Ah, la Grande Casa Editrice lo rifiuta anche per problemi - ti spiegano - di 'redditività', perché il tuo romanzo, la tua raccolta di racconti, il tuo saggio e soprattutto le tue poesie 'non hanno mercato', insomma 'non si vendono'? Consolati pensando che l'editoria industriale è in irreversibile crisi e che il futuro sarà - è già ora - dei piccoli editori capaci d'attuare una distribuzione 'dal basso', ricorrendo alla filiera corta editore-libraio.

Allora, solo se sei più che convinto d'avere scritto un'opera degna e meritevole, prova senza remore a pubblicare con qualche editore che, ritenuto 'piccolo', è poi reso 'grande' dalla sua stessa storia.

Ove, al contrario, ti capitasse d'incappare in un mestierante-stampatore-finto-editore che chiede un sacco di soldi, fuck that nigga (mandalo affanculo): whoever he is (chiunque egli sia). Detto in 'francese'? Va te faire foutre: qui que tu sois.

Preliminarmente, per imparare la scrittura, più d'un corso per scrittori servirebbe una pratica della lettura che s'interrogasse sul perché in Italia non si leggono libri. Potrebbero risultarne illuminanti risposte, ognuna di esse un argomento per utili riflessioni.

Non si leggono libri - sia detto - anche per demerito degli scrittori. Poi, perché leggere non va di moda. Perché domina la chiacchiera. Perché la vaga, superficiale, confusa, assordante ciarla televisiva suborna l'attenzione richiesta dalla scrittura. Perché il libro non fa spettacolo. Perché leggere non fa rima col successo spettacolare e, tanto meno, con la carriera e il guadagno economico. Perché non si vogliono cambiare le proprie idee (specie quando non se ne hanno). Perché i libri mettono troppi grilli per la testa e rovinano la gioventù. Perché i libri li scrivono gli odiosi intellettuali (detto anche da chi incolpa gli altri della propria ignoranza). Perché la vita è difficile e i libri lo sono ancora di più. Perché bisogna tenere i piedi per terra. Perché s'impegna tutto il tempo libero coi videogiochi e col sesso virtuale. Perché ci si perde in mezzo al traffico. Perché c'è altro da fare. Perché i film sono più veri e non si devono sfogliare. Perché i libri prendono troppo spazio in casa. Perché le biblioteche non funzionano. Perché un libro, oggi come oggi, costa quasi quanto una pizza (!).

Se malgrado ciò si legge l'ultima chiassosa novità, 'il libro di cui si parla', il romanzo-scandalo, è tanto per passare il tempo' oppure 'per divertirsi'.

Ma niente come un libro - un buon libro, quello inconsumabile cui si può tornare a ogni momento - è meno adatto a far passare il tempo o divertire. Semmai, esso serve per pensare, sentire, scoprire, rivelare il rimosso, vivere più intensamente.

Ma chi, avendo perso il contatto con se stesso, non ha vita interiore, chi è già morto, non può capire tutto questo. Chi è morto non legge.

Non meno della nostra vita, effimera è ogni cosa; ma vi sono libri non caduchi e autori eterni. Non importa che Omero sia vissuto al tempo indefinito della guerra di Troia (1184 a. C.?), che Dante sia morto da centinaia d'anni o che di Montaigne, Shakespeare, Cervantes e Dostoevskij, di Nietzsche, Freud, Kafka e Céline non restino che le ossa o nemmeno queste.

Sovente trattati come paria dai loro contemporanei, spesso poveri ed emarginati, derisi e vessati dai mediocri, loro che hanno dato senso all'esistenza e più vivi dei vivi, restano ineludibili testimoni del mondo. Ardui eppure prodigiosamente veri, ti parlano di tutto quanto è umano, ti mostrano a te stesso, ti salvano dalla criminale stupidità della Storia dettata dalla tirannia, dalla schiavitù delle abitudini, dal conformismo alienante e dalla propaganda o malafede del potere.

Loro non sono innocui, come non lo è la loro scrittura. Se possono inquietarti o anche ferirti, ti ripagano con gli interessi ribadendo quella dignità creativa che rende la vita degna d'essere vissuta.

Maradona e Carmelo Bene, King e Bukovski

I docenti e illusionisti delle svariate materie delle scuole di scrittura creativa (romanzo, racconto noir, pulp, splatter,giallo, rosa, short story, fantasy, teatro, cinema, giornalismo, pubblicità, thriller, fumetto), scrittori essi stessi, che si schermiscono dicendo di limitarsi a insegnare solamente una tecnica (certo la propria, con le proprie personali prospettive), sono stati capaci, tale pretesa tecnica, d'applicarla almeno a se stessi? Hanno mai prodotto, loro e i loro allievi, una qualche opera appena rilevante?

No, non s'apprende il palleggio di Maradona seguendo lezioni di calcio; non s'eguaglia Carmelo Bene frequentando un'accademia di recitazione o le pubbliche declamazioni di poesia, e non si diventa Gadda Borges Céline D'Arrigo bazzicando i corsi di scrittura!

D'altra parte, si sa, non è che i corsisti pretendano di diventare Gadda: generalmente, s'accontentano di clonarsi sui Baricco.

"Non avete bisogno" stabilisce Stephen King in On writing "di corsi o seminari di scrittura [...]. Si impara soprattutto leggendo molto e scrivendo molto e le lezioni più preziose sono quelle che vi impartite da soli".

"Scrivere è qualcosa che non si sa come si fa. Ci si siede ed è qualcosa che può succedere e può non succedere. E allora come si fa a insegnare a scrivere?" dice Bukowski riportato nel libro-intervista di Fernanda Pivano Quello che mi importa è grattarmi sotto le ascelle, smentendo il mito d'una tradizione americana dello scrittore 'professionista' e anche la fola del sacro fuoco creativo.

Senta, Bukovski, "qual è il consiglio che darebbe ai giovani scrittori?".

"Li consiglierei di bere, scopare e fumare".

"E a quelli più anziani?".

"Se sono ancora al mondo, non hanno bisogno di consigli" (Il grande poeta, in Musica per organi caldi).

(dal libro di Stefano Lanuzza, Non è mai troppo presto. Antimanuale di scrittura e lettura, Strade Bianche di Stampa Alternativa, 2018, pp. 5-26)