da "L'invenzione del nemico" di Tonino Tosto

ALBERTO SED, NUMERO 5491: MEMORIE DI UN SOPRAVVISSUTO

La memoria è un valore assoluto, sempre. Io vado spesso nelle scuole a raccontare la mia storia e ho sempre incontrato - anche quando sono andato nelle scuole medie - un grande interesse: i giovani vogliono sapere, vogliono capire. Debbono vedere i luoghi dello sterminio. Io però ho sempre evitato di accompagnare i ragazzi ad Auschwitz: preferisco raccontare ma non riesco a tornare in quei luoghi.

Le leggi razziali? Io la storia la racconto come ho già fatto tante volte.

Io ero già orfano a 7 anni. Mia madre era rimasta vedova con quattro figli: mia sorella Angelica di nove, una di cinque e un'a altra che era appena nata. Mio padre aveva un banco, uno al mercato del Trionfale e uno a Campo de Fiori, mia madre ha dovuto prendere il suo lavoro ed è stata costretta - anche se non voleva - a mettere in collegio me e mia sorella Angelica. Il collegio era quello che oggi è il Pitigliani (che è sempre stato orfanotrofio) che era stato fondato da Giuseppe Violante Pitigliani. Nel 1938 per effetto delle leggi razziali a mia madre tolsero la licenza e quando la domenica veniva a trovarci in collegio ci domandavamo come riuscisse a vivere senza lavoro. Ma la nostra mamma aveva mantenuto i suoi clienti che - sapendo che era vedova di quattro figli - continuavano ad ordinarle - senza alcun timore - gli indumenti intimi che vendeva prima delle leggi. . Nel 1943 fummo costretti a lasciare il collegio perché non potevamo proseguire gli studi (io ero arrivato al terzo avviamento e mia sorella studiava ricamo). Andai a lavorare per aiutare mia madre. Feci il sarto, il ciclista ma quando sapevano che ero ebreo mi mandavano via. A quindici anni ero abbastanza robusto e allora me ne andavo dove non mi conoscevano: ai mercati generali scaricavo casse di frutta, verdura. Angelica in collegio la chiamavano "mani d'oro" e iniziò a ricamare e così tirava avanti.

Poi il 25 luglio del 1943 l'incubo sembrava finito e invece i tedeschi che erano "amici" divennero nemici spietati. Uno dei primi atti dei tedeschi fu quello di chiedere alla comunità ebraica - per essere lasciati in pace - cinquanta chili d'oro. La maggior parte degli ebrei erano ridotti in povertà. In fila non c'eravamo solo noi ma tanti amici cattolici. Chi offriva una catenina chi la fede. Quando mancavano pochi giorni alla conclusione il Vaticano fece conoscere la sua disponibilità ad offrire i chili d'oro mancanti. L'obiettivo fu raggiunto. Sembrava tutto a posto quando la mattina del 16 ottobre una giornata fredda piovosa brutta, saranno state le cinque e mezzo del mattino, fummo svegliata da urla pianti. Noi abitavamo a dietro al portico d'Ottavia e gridavano verso le nostre finestre: scappate, scappate, prendono tutti!. Abbiamo visto i tedeschi e siamo usciti verso S. Angelo in Pescheria che non era stata bloccata dai camion. Siamo scappati verso via dei Serpenti dove abitava una nostra parente. Il giorno dopo andammo da mio nonno che aveva un deposito di carrettini e anche una cantina verso Porta Pia. Mio nonno non sapeva nulla di quanto era avvenuto. Ci accolse e siamo stati nascosti da ottobre ad aprile del 1944. Usciva ogni tanto solo mia madre per comprare pane latte, pasta i soldi li tirava fuori mio nonno, la portiera ci aiutava cucinando ogni tanto per tutti noi. Una mattina presto sentimmo bussare alla porta del magazzino: aprite sappiamo che siete degli ebrei. Erano sette-otto fascisti un paio in divisa e gli altri in borghese. Preratevi, ci dissero, dovete venire con noi. Con noi era nascosta la figlia di una sorella di mia madre che aveva una bambina di sette mesi - che il marito l'avevano già preso e portato chissà dove -. In quel momento lei non si trovava nel magazzino perché era andata a riscaldare un po' di latte per la bambina. E questa fu la sua salvezza. Lei voleva andare a riprendere la bambina ma la portiera la trattenne; intervenne lei dicendo ai fascisti: questa è mia nipote che ho dato a regge a sta famiglia pe annà a fa la spesa più tranquilla. Ebrei? E che ne so. Io so che sono, brave persone, sfollati dal bombardamento di S. Lorenzo e da pochi giorni che stanno qua. Vabbè dateme la pupa! E riprendendo la bambina in braccio se ne andò salvando in questo modo madre e figlia. A noi ce portarono in commissariato con il dubbio che qualcuno ci avesse denunciati. In quella zona non ci conosceva nessuno. Il dubbio divenne certezza quando cominciarono a picchiarmi e a chiedermi notizie dei miei otto zii. Solo una spia poteva aver fornito questi particolari sulla nostra famiglia. Prima ci hanno portato al carcere di S. Gregorio e poi a Fossoli. In quel campo di concentramento c'erano tanti romani, mia madre conosceva quasi tutti e lì seppe di una giovane ebrea - che tutti chiamavano "la pantera nera" ed era l'amante di un gerarca fascista - che aveva denunciato per soldi tanti ebrei. Allora mia madre si ricordò di averla incontrata poco giorni prima dell'arresto e di averle detto dove eravamo nascosti. Non potevo sapere che quella era per il 90 per cento l'anticamera della morte e per il 10 per cento l'anticamera dell'inferno. Dopo due giorni di viaggio chiusi in carri bestiame senza mangiare, bere, senza aria quando siamo arrivati ad Auschwitz sembrava una liberazione. Varcato il cancello ci hanno divisi. Pensavo a divisione per sesso. M'hanno mandato in una baracca, ci hanno fatto fare la doccia ci hanno rasato i capelli e dappertutto e mi hanno stampato un numero sul braccio. Uno in italiano mi ha chiesto se avevo un mestiere e gli ho risposto che ero studente. Mi ha preso il braccio e mi ha detto: "adesso questo numero imparatelo bene, ripetilo in continuazione, perché tu da ora non hai nome, sei questo numero 5491. Te lo scrivo come se fosse in italiano firunfucis-air-noins; tu sarai chiamato solo così firunfucis-air-noins di nazionalità italiana". E mi hanno mandato ad un blocco, la sera mi hanno dato un pezzo di pane nero e un pezzo di margarina, la mattina mi hanno dato una ciotola di ferro e un cucchiaio, e mi hanno detto che dovevo sempre tenere con me. Ho fatto come gli altri: un buco alla ciotola e l'ho legata con un pezzo di spago ai pantaloni. Ci hanno dato una brodaglia scura, forse orzo, e poi ci hanno portato a lavorare. Dovevamo prendere dei sassi e portarli in un posto che si trovava a circa un chilometro. Poi a pranzo chi hanno dato nuovamente una brodaglia con dentro due rape. Poi abbiamo ricominciato a lavorare. La sera prima di rientrare nella baracca ci hanno trattenuti all'esterno per una mezz'ora in fila, poi solito pane margarina e a letto. La mattina dopo il lavoro riprende: riprendiamo i sassi dove li avevamo scaricati e li riportiamo dove li avevamo presi il giorno prima. Io non riuscivo a capire cosa significasse quel su e giù. Rientrando la sera, sento due che parlavano francese io l'avevo studiato tre anni e lo capivo cosa dicevano; chiedo a loro notizie: che succede, che facciamo qui?, sono due giorni - da quando siamo arrivati - che non vedo mia madre, e le mie sorelle. Mi chiedono se mia madre e le mie sorelle potevano fare lavori pesanti, rispondo no sicuramente no. Allora mi porta vicino alla finestra e mi dice: Vedi quel fuoco lassù sai a cosa serve? Penso - rispondo - a riscaldare le baracche. Giusto - mi dice il francese - infatti due giorni per riscaldarci hanno usato tua madre e tua sorella. Io ho pensato ad uno scherzo, un modo per mettermi paura e non gli ho dato peso. Dopo mezz'ora ho avuto fortuna, sono uscito per andare al bagno che si trovava in un altro blocco ed era praticamente un muricciolo di cemento con tutti buchi - dove facevamo i nostri bisogni - che girava per tutto il campo. In quella confusione ho sentito una imprecazione in italiano, mi sono avvicinato e ho chiesto chi è che parla italiano? Era un uomo senza un braccio, si chiamava Tasca, mi disse che era un militare che aveva combattuto a fianco dei tedeschi, che era stato ferito dagli inglesi e poi alla caduta del fascismo i nazisti - divenuti nemici - gli avevano chiesto di rimanere nell'esercito tedesco e lui aveva rifiutato. Come militare che aveva rifiutato fu internato nel campo ma - per la convenzione internazionale -con un trattamento diverso dal nostro. Essendo mutilato lo avevano messo di guardia ai gabinetti. Lui mi disse adesso ti spiego come stanno le cose. Hai quindici anni, sei giovane, robusto. Tu devi fare tutto quello che ti dico io - visto che la guerra durerà non più di di un anno - e ti potrai salvare. Li conosci i dieci comandamenti? Pensa al primo: non amerai altro dio all'infuori di me. Ebbene quel dio sei solo tu. Se vuoi salvarti devi pensare solo a te stesso. Se tuo padre, tua madre, un tuo caro cade non devi raccoglierlo perché se ti chini ti riempiono di botte e di bastonate e se non sei forte cadi e chi cade è finito.

Qui tu sei circondato da delinquenti. I tuoi aguzzini sono tutti ergastolani tedeschi assassini gente che ha ucciso e questi sono i tuoi comandanti. Quelli hanno l'ordine che quando sbagli ti torturano, ti massacrano.

Mi prese il cucchiaio e con una lima che aveva in tasca cominciò ad affilarlo da una parte. Ecco adesso da questo lato è come un coltello. Tu farai tanti lavori, e dovunque andrai in un prato taglia erba, prendi da un albero, mangia un fiore, tutto ciò che puoi masticare mangia, qualsiasi cosa ma mangia. Non devi mai assolutamente infastidire i tedeschi. Quando la domenica non lavori e esci non fare mai gruppo, quelli, i tedeschi sono sempre ubriachi e si divertono a torturarvi, non passare mai vicino ai reticolati quelli sghignazzando si divertono a spingervi e ai fili ci si rimane attaccati oppure ti mandano addosso il cane a sbranarti o a spezzarti una gamba, non sfidarli con lo sguardo stai sempre con la testa bassa e finisci sempre il lavoro che ti assegnano altrimenti sono botte e la sera quando prima di entrare nella baracca e prendere il pane viene un tedesco a fare la selezione quello si avvicina vi spinge vede chi barcolla chi non ce la fa e prende il numero: Questo significa che il giorno dopo per quello è finita. Questi ai quali hanno preso il numero - mi disse Tasca - possono morire in tre modi: uno che entra nel blocco e dice io non non ho il coraggio di uscire dalla baracca e buttarmi sul reticolato ti dò la mia razione di pane, usciamo e dammi una spinta, aiutami a morire; l'altro che pensa che domani la guerra possa finire e - con questa speranza - aspetta che venga il suo turno di andare ai forni crematori o alle camera a gas; la maggior parte dei selezionati non entrano nel blocco e si buttano sui reticolati in modo che in due secondi muoiono fulminati.

Io non ho mai "aiutato" nessuno a morire per un pezzo di pane in più, io non ero capace di rubare anche se tutto si faceva per fame.

Tutto questo è durato una eternità, un anno, un secolo.

Un giorno mi chiamano e mi trasferiscono a Flossenburg un campo molto più piccolo dovevamo lavorare i una miniera di carbone un lavoro molto faticoso, in ginocchio senza ginocchiere.

Era la prima volta che vedevo dei civili, uno di questi forse vedendomi giovanissimo mi dava ogni tanto un pezzo di pane in più . Poi un giorno ci dissero che il comandante era un appassionato di boxe e cercava pugili. Insieme ad un mio compagno di sventura (che in seguito ho saputo era un cugino di mia moglie) considerato che ci avrebbero tolto dalla miniera e lasciati al campo - accettammo. Facevamo un combattimento a settimana e poi ci davano da mangiare. Dopo un mese cominciavo a riprendere le forze. Ma durò poco. Un giorno ci chiamarono e ci dissero che dovevamo metterci in viaggio. Ci diedero mezza pagnotta e un pezzo di margarina che doveva bastare per tre giorni in realtà quella era la marcia della morte. Camminammo per tre giorni e tre notti e poi ci misero per altri quattro giorni su dei vagoni scoperti che andavano a rilento. Fu una strage enorme, inutile. Come minimo eravamo diecimila. Potevano ucciderci senza bisogno di un'agonia inenarrabile. Per non farci trovare nei campi - dai russi che si avvicinavano - ci portavano verso l'Austria. Mi ricordo che arrivammo a destinazione non più di dieci. Man mano che le persone morivano dovevamo buttare i cadaveri in aperta campagna. Quando entravamo in stazione suonavano una campanella per avvertirci che i morti dovevamo spostarli verso gli ultimi vagoni.

Siamo arrivati nel campo di Dora nel nord dell'Austria. Quando ho visto che era in montagna ho pensato io qui non ci vado. Ero sfinito mi hanno messo su una barella e ho detto al medico: portatemi alla camera a gas. Quello mi disse che lì c'erano solo forni crematori e allora - esclamai - fammi una iniezione di cianuro, fa presto anche perché non ce la faccio più e ho un dolore che non respiro più. Il medico era ebreo. Cioè era un ebreo non tedesco che aveva detto di essere medico al quale era stato imposto di esercitare la sua professione non per guarirti, ma solo per dire se eri in grado di proseguire il lavoro o se dovevi essere avviato alla fine. Mi visitò e mi disse che avevo l'appendicite e che mi avrebbe operato lui. Io sono certo - mi disse - che la guerra stia per finire, di tedeschi se ne vedono sempre meno, vanno di fretta, sentono vicina la sconfitta. Io ti opero e ti metto sotto il letto. I tedeschi non sono più attenti come prima, in dieci giorni ti rimetto in piedi e torni a lavorare. Mi ha legato come un salame mi ha fatto annusare chissà che cosa e mi ha operato e mi ha salvato la vita. Dopo un paio di settimane - ero rientrato al blocco - mi portarono a pochi chilometri dal campo nella località dalla quale partivano i missili V1 V2. Erano tutti bunker e noi dovevamo tirar fuori cannoni, carri armati, missili. I tedeschi portarono via tutti, ci lasciarono e dopo poco arrivarono i bombardieri americani. Noi rimanemmo sotto e ci salvammo solo in sette.

Dopo cinque giorno l'11 aprile arrivò una camionetta americana sulla quale c'era uno dei sopravvissuti che era andato a cercarli. Accertarono che erano tutti morti e ci riportarono a Dora. Ancora una volta rimasi solo, nessuno si prendeva cura di me, ero sfinito, stanco, rassegnato. Parlai con un soldato italiano che stava per essere rimpatriato e gli affidai una lettera per i miei parenti che non avevano più notizie di me e dei miei cari. Lui la spedì da Vicenza e i miei cari mi fece cercare - inutilmente - in quella città. Non riuscivo a mangiare. Un militare, originario della campagna romana, mi chiese se ero di Roma e visto il mio evidente stato di denutrizione cominciò a darmi solo latte in polvere. Quella fu la mia salvezza: se avessi mangiato con voracità avrei fatto la fine di tanti miei compagni di sventura. Il militare rinviò il suo rimpatrio per assistermi "Finché nun vedo che sto regazzino mangia co appetito nun me ne vado". Dopo una decina di giorni mi ero ristabilito. "Vabbene Albè? Sei rifiorito" mi disse prima di partire e gli affidai un'altra lettera per una mia zia.

Lui si presentò a casa mia e li tranquillizzò sul mio prossimo ritorno.

Dopo varie vicissitudini ci portarono in un altro campo dove c'erano tanti italiani. Una mattina mi avvicino ad una sentinella e gli chiedo una sigaretta quello mi risponde in malo modo come a dirmi "tu fascista" io gli chiedo "ma che t'ho fatto? Io so' ragazzino". Lui si accorse del mio numero stampato sul braccio, cambiò espressione, mi offrì tutto il pacchetto e mi portò al comando. Un graduato americano che parlava bene l'italiano mi chiese cosa c'entrasse là un ragazzino ebreo con "questi italiani prigionieri che abbiamo catturato al fronte e andranno tutti sotto processo". "Qui mi ci hanno portato - risposi -. altri americani pensavamo di poter tornare a casa". Mi tranquillizzò e mi disse che presto sarei stato porto a Francoforte da dove sarai ripartito per Roma. Infatti dopo una settimana - rimpatriati attraverso la Croce Rossa - finalmente il ritorno. Sul treno era tutto uno scambiarsi di indirizzi. Chi arrivava prima doveva avvertire le famiglie degli altri.

Diedi un mio biglietto ad uno di Roma e questi mi disse che quell'indirizzo già l'aveva avuto da una ragazzina con lo stesso cognome mio. Tiro fuori il biglietto e c'era il nome di mio sorella Fatina che diceva ad un mio zio che si era salvata.

Voi scrivete giornalisti e scrittori scrivete libri articoli, interviste ma nessuno ha il coraggio di descrivere fino in fondo le nostre sofferenze, le torture che subimmo. Noi per tanti non abbiamo mai parlato e ciò che mi fa rabbia e leggere o ascoltare quelli che parlano per partito preso e per ignoranza. Ad esempio in una trasmissione ("Costanzo show") Sergio Romano - che poi ho saputo è stato anche ambasciatore - presentando il suo libro "Lettera ad amico ebreo" lesse dal libro: "Il genocidio degli ebrei è un passato che non riesce a passare, continua a turbare le coscienze. Soltanto per senso di colpa? per non dimenticare? Il rischio di un nuovo antisemitismo è proprio nell'aspirazione di certo ebraismo intransigente a confiscare la Storia, a vedere nell'olocausto "la manifestazione di una colpa - l'antisemitismo - mai sufficientemente espiata". Non bisogna canonizzare il genocidio, né esso può garantire a Israele "una sorta di franchigia morale". E dopo questa bella tirata l'ambasciatore Romano concluse con la frase che mi provocò un dolore indicibile: "...è giusto riconoscere che la Germania ha ben retribuito i deportati sopravvissuti". Se mi fossi trovato in quella trasmissione avrei dato del pusillanime a quel signore e chiesto dove aveva avuto queste notizie, quali erano le fonti. Io non so se e quanto ha avuto lo stato di Israele, per quanto mi riguarda è vero, sono stato rimborsato ma con 500.000 lire per ognuna delle 5 persone della mia famiglia (vivi e morti). Io non le ho mai accettate, mia sorella aveva bisogno e ha usato quei soldi per aiutare la figlia che sposava. La sua vita distrutta fu rimborsata da una somma utile ma appena necessaria per dare - dopo tante sofferenze - la gioia di mobili nuovi per due giovani che mettevano su famiglia. Ma chi può quantificare il danno come si può rimborsare un uomo che non ha mai avuto il coraggio, la forza di prendere in braccio, di abbracciare i propri figli, i propri nipotini? Fossi stato in quella trasmissione avrei spiegato che non ci ero mai riuscito perché avevo paura di una reazione

Quando c'era la selezione ognuno di noi sapeva che se passava una mamma con un bambino in braccio che piangeva sicuramente sarebbero ambedue andati a morte certa. Per salvare la madre ci facevamo affidare il bambino e dovevamo portarli verso i carretti che andavano ai forni crematori e ammucchiarli dentro insieme ad altri bambini. Ma i tedeschi non si contentavano a volte minacciando di ucciderci ci imponevano di lanciarli in aria per permettere il loro gioco il loro divertimento di tiro a segno di sparo al bambino. Noi ci dicevamo speriamo che l'abbia ucciso così non soffre.

Ecco perché avevo paura e non prendevo in braccio i mie figli. Noi deportati abbiamo una malattia che chiamiamo "malattia momentanea del deportato". Tu stai bene tranquillo e improvvisamente qualcosa ti ricorda le tue sofferenze, ti blocchi pensi e cambi umore per tutto il giorno. Io avevo paura che un gesto una parola potessero riportarmi nell'orrore e che, senza rendermi conto di ciò che facevo, potessi lanciare mia figlia a mia moglie. Tempo fa - dopo un intervento al cuore che mi aveva portato a rimanere quasi sempre in casa - mia moglie e dei miei amici carissimi mi avevano convinto ad organizzare un viaggio. Il mio cardiologo mi aveva tranquillizzato. La mattina alla stazione chiesi al capostazione dove si trovava la carrozza di prima classe. Lui mi disse che per Nova Gorga non c'era prima classe ma che comunque tutti i vagoni erano ermetici e con l'aria condizionata. Io ho sentito solo la parola ermetici e sono ritornato all'inferno tutto mi riportava ai carri bestiame. Ho chiesto a mia moglie di andare via, di uscire dalla stazione i mie amici sono rimasti sul treno e noi non siamo partiti .

Si possono rimborsare queste ferite interne? Non c'è nulla che le può sanare.

Per il resto tutto quello che ho avuto e che ho lo apprezzo e lo valorizzo. Io, tranne i rari momenti che ho detto, ho cercato di trasmettere alla mia famiglia il valore della vita da vivere bene in allegria. Mia sorella purtroppo non ce l'ha fatta. Lei era sempre triste stava bene solo quando ci incontravamo.

Quando dopo cinquanta anni noi che non avevamo mai parlato abbiamo cominciato a raccontare lei ha sempre rifiutato si è chiusa ancora di più.

Stava male da giorni non parlava, non voleva mangiare, alzarsi dal letto siamo andati a trovarla l'abbiamo convinta ad alzarsi e a mia moglie che le proponeva una vista medica ha risposto quasi urlando: ancora non hai capito, io me ne voglio andare via da Auschwitz, voglio andare via!". Queste sono state le sue ultime parole, lei era rimasta là non era mai riuscita a tornare ad una vita normale. I dottori ci dissero: "sua sorella si stava lasciando andare, lei non sta morendo sta piano piano uscende da Auschwitz, sta decidendo di uscire dall'inferno sarà felice quando morirà". I figli di mia sorella mi chiesero se conoscevo altri particolari sulla vita di Fatina in quei luoghi terribili. E io raccontai: "Un mese prima che finisse la guerra s'era salvata anche mia sorella Angelica. Stavano insieme, come sempre, quella sera. Passarono tre quattro donne tedesche ubriache le videro e sghignazzando scommisero sulla capacità dei loro cani. Diedero un ordine e quelle belve si lanciarono. In pochi attimi di Angelica rimasero brandelli di stoffa e sangue. Ecco perché Fatina non è mai uscita da là, ha passato la vita ad interrogarsi sul perché non era riuscita a salvare la sorella Angelica.

Io, come dicevo all'inizio, continuerò finché avrò fiato a raccontare soprattutto ai giovani.

La memoria è come una pianta: se curata, innaffiata, amata e rispettata vive per un giardino di tutti; se ignorata, offesa e vituperata diventa mala pianta che tutto secca e trasforma in deserto.