CULTURA E SOCIETA'

AFFINITÀ ELETTIVE

per un'analisi reale della situazione reale

di Aldo Pirone

Fabio Tosto - Affinità - 2019

Chi ha vissuto la propria giovinezza e maturità intellettuale nella seconda metà del novecento, stenta a ritrovarsi nel mondo attuale. Valori umani, politici e morali, sembrano dileguarsi e cedere il passo all'avanzare di un senso comune nutrito di rancore e feroce stupidità. Tornano a riemergere con sfrontatezza quasi tutte le superstizioni, i pregiudizi, i razzismi, le xenofobie e i nazionalismi e che hanno prodotto i drammi di due scontri mondiali prima di essere sconfitti e relegati nei recessi della storia e dello spirito umano.

Per opporsi a questi fenomeni di regressione umana prima ancora che politica, non basta lo sdegno e l'opposizione fatta in nome di valori umani che sono inseparabili da quelli del progresso sociale, politico e culturale. Naturalmente essi sono indispensabili ma non sufficienti. Occorre fare un'indagine aggiornata sul mondo moderno e sulle cause che hanno prodotto, nel breve volgere di alcuni decenni,da una parte un immenso progresso tecnologico, e, dall'altra, un arretramento ideale e culturale, almeno nell'occidente euro atlantico, talmente profondo da configurare un mutamento perfino antropologico.

Ovviamente analisi di questo mutamento sono state fatte da decine e centinaia di economisti, sociologi, filosofi, teologi di tutto rispetto. Mi limiterò, perciò, solo a osservazioni di natura più immediatamente socio-economica e politica.

PRIMA OSSERVAZIONE. La rivoluzione tecnologica che ha prodotto la grande mutazione capitalista di segno neoliberista, a differenze delle altre fasi capitalistiche ha un carattere in cui il ritmo dell'innovazione produttiva è sempre più acceleratotanto da renderla permanente. Per rendere l'idea, se nel settecento-ottocento c'è stata la prima rivoluzione industriale con l'avvento della manifattura durata circa un secolo e nel novecento l'avvento della grande fabbrica che ha contrassegnato la produzione fordista, la rivoluzione tecnologica odierna non pare doversi sedimentare.La sua caratteristica è di una crescita a ritmi sempre più veloci che, unita a quella delle scoperte scientifiche cui è strettamente connessa e interagente, ha investito l'insieme dei rapporti umani e delle sovrastrutture ideali.

Lo sconvolgimento delle classi sociali operaie e lavoratrici è stato immenso. E, com'è stato osservato, le classi possidenti ne hanno ben approfittato sul piano sociale spostando radicalmente a loro esclusivo vantaggio i benefici della globalizzazione economica e della rivoluzione tecnico-scientifica.

Ma, a parte ciò, bisogna costatare che uno degli effetti cui ha dato luogo la rivoluzione conservatrice è il consolidarsi all'interno del capitale del predominio finanziario su quello produttivo. Di conseguenza nella ricerca del profitto si è imposta sempre più quella dell'investimento finanziario a breve termine con il massimo di rendimento: il circolo virtuoso merce>denaro>merce è stato sovrastato da quello vizioso denaro>denaro; un circolo vorticoso, quest'ultimo, simile a quello della pallina nella roulette del Casinò. Per questa supremazia è stata determinante la liberalizzazione della circolazione mondiale dei capitali finanziari agevolata dalle nuove tecnologie della comunicazione via internet, cioè la liberazione da quei "lacci e lacciuoli" tanto agognata dai neoliberisti e avviata senza alcun efficace contrasto fin dagli anni '80 del secolo scorso.

La finanza, così, da infrastruttura del capitale è diventata dominante e autonoma dall'economia reale su cui, però, riversa distruttivamente le sue crisi derivanti dall'esplosione delle bolle speculative. Basti vedere la grandissima sproporzione che si è prodotta su scala globale fra il volume dei patrimoni e transazioni finanziarie rispetto al Pil mondiale: un rapporto di 3 a 1. La conseguenza è una sorta d'instabilità economica permanente generatrice di una precarizzazione di vita e di lavoro per milioni di persone delle classi lavoratrici e del ceto medio nell'occidente euro atlantico, il cui precedente modello capitalistico-fordista era stato fortemente civilizzato dalle idee progressiste, democratiche e socialiste con la costruzione del cosiddetto stato sociale dentro un'economia sociale di mercato.

Quello che ha prodotto e produce il moderno capitalismo finanziario e tecnologico non è più il proletariato della grande manifattura e della grande fabbrica in cui l'operaio maturava, con l'intervento del sindacato e del partito (in senso generale), la sua coscienza di classe e civile, ma un proletariato precario, diviso e disperso in piccole unità produttive dentro cui il lavoratore matura, tendenzialmente, il rancore sociale e una visione corporativa di sé senza più l'intervento ideale del partito e con un sindacato in difficoltà organizzativa e contrattuale. Questa finanziarizzazione dell'economia ha facilitato su scala globale anche il riciclaggio di ingentissimi capitali accumulati dalle organizzazioni criminali con il traffico della droga, delle armi e, in Italia, con l'infiltrazione nel commercio e nell'accaparramento di appalti e subappalti pubblici. Nella lavatrice della finanza capitalistica si ripulisce di tutto; in Italia i colletti sporchi della mafia, della 'ndrangheta e della camorra ridiventano rapidamente bianchi.

Infine, la rivoluzione informatica delle comunicazioni ha fatto sorgere grandi aziende globali della comunicazione interattiva (Facebook, Instagram, Apple, Google, Amazon, Nextflix) che traggono profitto, attraverso il possesso dei dati personali di tutti coloro che li utilizzano e vi si connettono. Un'estrazione di valore dalla persona che si connette sui social,senza alcuna adeguata contropartita, neanche fiscale per gli Stati dove questa intensissima attività oligopolistica di rete avviene.

SECONDA OSSERVAZIONE.Ci sono voluti alcuni decenni perché la "veduta corta" divenuta dominante in campo economico lo diventasse anche in quello politico.La demolizione del vecchio apparato ideale e culturale che aveva presieduto il secolo del socialismo è stata soppiantato dal pensiero unico neoliberista che ha fatto diventare senso comune postulati quali: il mercato con meno regole volte alla protezione dei lavoratori dipendenti e degli esclusi dal mondo produttivo; l'arricchimento più veloce possibile tramite la roulette finanziaria; la riduzione del lavoro a pura merce indipendentemente dalla persona che ne è portatrice; il vincolo ambientale considerato come nemico dello sviluppo economico; l'assioma che l'impresa privata è meglio in sé, perché più efficiente di quella pubblica, indipendentemente dai risultati sociali dell'una e dell'altra.Ogni cosa, anche la cultura, è ridotta a valore di mercato in una sorta di gigantesca reificazione sia dei beni culturali e paesaggistici che della vita spirituale degli individui. Il "pensiero unico" neoliberista ha fatto ridivenire senso comune che la povertà e la disoccupazione, le disuguaglianze crescenti, invece che mali sociali provocati dallo sfruttamento e dall'egoismo di classe, siano colpe attinenti all'incapacità della persona di farsi avanti nella giungla della competizione capitalistica.La cosiddetta e prosaica "sfiga" è stata eretta a canone interpretativo dello svolgimento della personalità umana nel contesto immutabile e sacro del capitalismo finanziario.

La globalizzazione neoliberista, inoltre, codificando come normale e legittimo l'egoismo sociale sta facendo traballare le entità continentali più deboli come l'Europa e gli Stati che la compongono. Non ci sono solo i nazionalismi xenofobi a riemergere c'è anche, all'interno degli stessi stati nazionali, quello delle piccole patrie con il loro il nazionalismo identitario fondato sulle particolarità regionali.

In questo quadro anche la democrazia partecipativa e rappresentativa è, per la "veduta corta", un impaccio con i suoi controlli che richiedono "riti" che non si attagliano alla rapidità e alla velocità necessarie al capitale dei "tempi moderni".Meglio una "democratura" che veda uno solo al comando; il resto, come l'intendenza, deve solo seguire.

In Italia, negli anni ottanta all'inizio della grande mutazione, l'incipit a questo discorso fu dato dal cosiddetto "decisionismo"; che confondeva la riduzione della partecipazione democratica e della sovranità del Parlamento - il cui lavoro venne sbeffeggiato da Craxi perché quell'aula si occupava, come disse, perfino dell' "eviscerazione dei polli" - con l'esigenza, pur giusta, di accelerare l'iter della decisione democratica.

Con l'avanzare di questo processo la politica, come la democrazia, è stata devitalizzata e assoggettata al potere economico. L'ombra lunga del "pensiero unico" si è proiettata egemonicamente anche sulle componenti maggioritarie della sinistra che storicamente ne avevano rappresentato l'autonomia e l'ambizione progettuale all'intervento e alla trasformazione sociale attiva e costruttiva.Il segno più evidente di questo interno svuotamento è, per ciò che riguarda in particolare l'Italia, l'aumento dell'astensionismo elettorale oscillante fra il 45 e il 50% nelle tornate amministrative e il 57% (europee 2014) e il 72% (politiche nazionali 2018).Secondo il pensiero unico neoliberista, ideologicamente ereditato dal liberalismo classico, lo Sato,quale soggetto pubblico, non deve programmare ma solo supportare le scelte del capitale, donando ai privatiquelle porzioni di attività economica e industriale in grado di produrre profitti in regime di monopolio. E così è stato fatto. Altro che liberalizzazioni per nutrire la competizione e la competitività! Il liberismo aborre la competizione e adora il monopolio.

TERZA OSSERVAZIONE.Questa mutazione socio-economica e culturale si è manifestata e si manifesta nei singoli paesi dell'occidente euro atlantico in modi diversi e con gradazioni diverse a seconda della specifica storia di questi paesi, della solidità delle loro istituzioni e dei raggruppamenti politici che li contraddistinguono, del senso civico dei cittadini e del grado di adesione storica allo Stato nazionale cui appartengono. Negli Stati Uniti, per esempio, la reazione alla globalizzazione neoliberista ha prodotto Trump ma anche una certa radicalizzazione nelle file dei democratici che stanno sdoganando orientamenti socialisti (Benny Sanders e nuove leve di giovani di ambo i sessi) considerati da sempre come antiamericani.Nella Gran Bretagna del dopo Brexit ha messo in crisi i conservatori della May e ridato fiato al Labour di Corbyn, nella penisola iberica la sinistra d'ispirazione socialista governa, sembra, con successo in Portogallo ed è tornata a essere prima forza in Spagna, ma in quasi tutti gli altri paesi dell'Europa ha alzato le vele alle formazioni politiche nazionaliste e xenofobe. Anche a causa dei fenomeni immigratori connessi in molti modi alla globalizzazione economica e alla rivoluzione tecnologica delle comunicazioni. Immigrazioni provocate anche dalle guerre nel vicino Oriente e in Africa cui le grandi potenze occidentali (Usa, GB, Francia) e orientali (Russia in Medio Oriente e, più limitatamente, la Cina in Africa) non sono state certo estranee per ragioni di dominio neocoloniale attinenti al controllo delle fonti energetiche e delle ricche materie prime possedute da quei paesi.

QUARTA OSSERVAZIONE.In Italia, specificamente, l'affermarsi della "veduta corta" ha smosso un brodo di coltura già presente nell' "autobiografia della Nazione", come ebbe a dire Gobetti del fascismo.In questa brodaglia è prima germogliata e poi cresciuta, fino a dominare la scena, una fauna politica le cui caratteristiche culturali, si fa per dire, sono l'ignoranza, l'arroganza e l'incompetenza, rappresentate al meglio da una pletora di persone che considerano la politica un mestiere di cui e su cui vivere. Dove il successo è legato tutto all'arte della propaganda di se stessi per carpirei voti che servono a guadagnare il potere; non per fare le cose per il bene pubblico ma per fare quelle che meglio corrispondono al proprio tornaconto.Una politica, perciò, dominata anche essa dalla "veduta corta", anzi cortissima, in affinità elettiva con quella finanziaria dominante sul piano economico.

Ai politici cresciuti in siffatta temperie, sono del tutto sconosciuti valori come la coerenza, il disinteresse, la fermezza ideale, l'etica privata e anche il senso del ridicolo.A essere praticati su larga scala sono il trasformismo, l'interesse personale, il propagandismo più becero, l'autocelebrazione kitsch attraverso il racconto più sbracato e social dei propri fatti personali a tutto beneficio di una pletora di scimuniti adoranti che li seguono e che sono l'altro prodotto di massa della mutazione antropologica prodottasi.Ma questa regressione non riguarda solo la politica, riguarda anche l'insieme delle cosiddette classi o élites dirigenti: imprenditori, grandi burocrati, giornalisti, professionisti delle più svariate attività, intellettuali e scrittori.

Il diffondersi epidemico d'inanità e ciarlataneria politica è causa e conseguenza a un tempo anche di una mobilità dell'elettorato il quale, influenzato pur esso dalla "veduta corta", chiede ai propri leader del momento risultati in tempi brevi tali da soddisfare i propri bisogni legittimi e anche illegittimi.Il che provoca, a sua volta, le rapide ascese e l'altrettanto rapide cadute di capi politici improbabili che avendo promesso di tutto per guadagnare consensi, una volta al potere non sono in grado di mantenere le promesse fatte.Le cosiddette "lune di miele" con l'elettorato si fanno, perciò, relativamente brevi. Similmente alla crescita economica drogata dalla speculazione finanziaria.

A questo mondo politico avvoltolato nel becerume, la rivoluzione tecnologica nel campo della comunicazione ha offerto, attraverso i social, il sostegno di tante persone di istinti "guicciardiniani" cui non è parso vero far conoscere a una platea più ampia del solito bar, i propri rigurgiti inumani; subitamente imitati dai loro leader politici del cuore, ben felici di mostrare, come titolo d'onore, il loro ignorante plebeismo, come Salvini, o la loro incolta insulsaggine, come Di Maio.A tutti costoro è del tutto ostico l'insegnamento della Chiesa di Papa Bergoglio. Il loro cattolicesimo, ove ne siano aderenti, è paganeggiante e superstizioso, in aperto contrasto con un'ispirazione autenticamente cristiana ed evangelica.

CONCLUSIONI.Su questo "mondo nuovo", tuttavia,occorre piegarsi per vedere le contraddizioni e le caratteristiche che lo attraversano e lo distinguono dal passato. Innanzitutto quelle sociali; e da lì partire per scandagliarle e interpretarle, in modo da poterricostruire, non solo sul piano nazionale ma quanto meno europeo, una forza sociale e politica, morale e culturale, progressista e di ispirazione socialista,in grado, nel tempo, di combattere la barbarie avanzante. La "veduta corta" si può solo combattere e ribaltare con la "veduta lunga", la propaganda con la politica, il personalismo con l'agire collettivo.Per questo è indispensabile mischiarsi con il popolo così come esso è oggi e non limitarsi a immaginarlo come si vorrebbe che fosse, pensando di riconquistarlo con le favolette buoniste e con una contropropaganda controproducente che quasi sempre aiutano solo gli avversari.

Le forze antagoniste alla "veduta corta" sono oggi prevalentemente operanti nella società civile progressista e, più limitatamente, anche nel mondo della produzione ecologista. Sono esse che continuano a battersi sui territori e, con più difficoltà, nel moderno tessuto produttivo,per il lavoro e contro l'ingiustizia sociale (Cgil e altre organizzazioni sindacali) e quella ambientale (i comitati, le associazioni e i movimenti ambientalisti); contro i fenomeni risorgenti della regressione culturale e spirituale di stampo medievale (associazioni femministe): contro la riesumazione dei luoghi comuni, dei simboli e del linguaggio fascistoidi (Anpi); contro l'espansione delle organizzazioni criminali di stampo mafioso (Libera); contro la povertà, lo scarto sociale, la xenofobia (le Ong, il volontariato laico e cattolico, S. Egidio ecc.). Sono ancora settori ampi di una sinistra progressista, ambientalista e del lavoro,laica e cattolica, non priva di contraddizioni interne, che stenta a passare dalla contestazione e dalla resistenza,generose ma dominate dalla parzialità,all'unificazione dentro un progetto politico comune e generale. Una sinistra di associazioni e movimenti che ancora non è riuscita a darsi una rappresentanza politica solida perché non riesce ancora a passare, per dirla con Gramsci, dalla fase economico-corporativa a quella dell'egemonia.Tuttavia è da lì che possono venire per gran parte le forze idealmente motivate e militanti in grado di fare quello che il vecchio ceto politico di una sinistra storica sconfitta dalla propria subalternità al neoliberismo non è più in grado di fare: rifondare una sinistra degna di questo nome.

L'impegno è arduo: astenersi, soprattutto a sinistra, chiacchieroni e perditempo.