ACCOPPIAMENTI GIUDIZIOSI.

LUCINI, GIOVENALE

di Marcello Carlino

Scrittore e intellettuale disorganico come nessun altro, coltissimo nella sua polemica testimonianza anti-potere dal vivo della storia che gli fu contemporanea; autore anarchico di una robusta poesia da teatro e di un teatro di una parola che non arretra, inarginata e inarginabile, e che si dispone in sequenze di maschere sociali e politiche coinvolte in quadri allegorici nei quali si prende posizione e si combatte - e si rinvia, per ciò, ad un recente contributo malacodiano di Francesco Muzzioli -, Lucini amava definirsi un Giovenale moderno.

È da supporre lo facesse, intanto, perché intendeva segnalare, dal capolinea di partenza, una tradizione altra, di segno antagonista, intitolata alla satira, che trova nelle sue anti-liriche canzoni amare una espressione tanto più forte e acutamente innovativa, quanto più essa si pone lungo una filiera, dal marchio riconoscibile, definita - così da delineare il filo rosso di una tendenza che deve essere evidenziata ed apprezzata, offerta alla discussione - da specifiche evenienze di poetiche e di testi: del resto, nella teoria della letteratura che Lucini, nella sua vastissima produzione, affidò a saggi di critica integrale, è una costante la ricerca panstoricistica, istituita sopra una processualità dialettica che ha valore costruttivo e forza aprente.

In diverse circostanze capitandogli di indicare nell'aquinate un suo mentore, e volendosi, in un suo dichiarato accoppiamento virtuoso, un Giovenale del Novecento, lo scrittore di Milano, dunque, congiunge in una saldatura di forte resistenza e di grande significato gli inizi della scrittura satirica e le sue forme restaurate ed aggiornate, quali appaiono, nel primo decennio del XX secolo, sulle pagine (sul palcoscenico dei versi) delle Revolverate, pubblicate nel 1909.

Lucini - e questa della messa in conto di una partecipata antitradizione, da rinvenire per farne un termine di approfondimento operativo, è prova ulteriore della ricchezza intellettuale della sua proposta - poggia insomma la sua scrittura espressionistica, che è plurilingusticamente versata, sopra un'intenzione determinata, deliberata di satira: un'intenzione corroborata e sostenuta da una linea teorico-ideologica e letteraria, con una sua raccomandabile perspicuità, che attraversa l'area lombarda tra Parini e la Scapigliatura, che si rintraccia nella poesia dell'ultimo Leopardi e nelle Operette morali, che è cominciata, lontano nel tempo, in età romana, da Giovenale.

Nel confronto delle posizioni e delle diverse scelte di indirizzo, un confronto tuttora necessario (oggi, in un periodo di forte crisi dei modelli culturali e di quelli della letteratura, più che mai necessario), un confronto indispensabile per la consapevolezza del che fare nella e della scrittura in versi, sono di sicura utilità la riabilitazione e il rilancio di un genere e di una struttura di testualità poetica in opposizione alla poesia lirica e alla sua matrice petrarchesca (premiate dalla convenzione), quel genere e quella struttura che sono un movente delle forme della satira: Lucini ne porta il merito, per averne esplorato teoria e sperimentato prassi, indicandone frattanto un possibile percorso di svolgimento.

Non tutto è in piena sintonia tra Lucini e Giovenale; le differenze ci sono, non poche né piccole. Lucini indirizza le sue saette "attossicate" verso bersagli di stringente attualità. Poeti conformisti o mistificatori, rappresentanti retrivi della classe dei colti, politici profittatori di varia estrazione, militari guerrafondai, governanti eterodiretti, preti come sepolcri imbiancati corrotti e corruttori, maneggioni dell'economia e della finanza, borghesi rampanti e volgari, parvenus che impazzano nei salotti di una misoneista e improbabile gente-per-bene, l'usurpatrice casa regnante con la sua corte dei miracoli, tutti finiscono sotto la lente di osservazione e, chiamati a deporre, passati al setaccio, sono colpiti e affondati. Lucini si tiene alle cronache del suo tempo, ai conflitti sociali, alle malversazioni e agli scandali che vi hanno corso; a rischio di querele, lavora con lena a disserrare e a profanare i santuari del potere; l'idea anarco-socialista di base alla sua poesia, armando la satira e rifiutandosi frattanto ad un quieto realismo, cerca la vendicazione degli ultimi, di chi è emarginato, sfruttato, escluso, vinto; in una sorta di moral suasion, ma ad alto volume e tra sentori di zolfo, persegue l'obiettivo di recare a maturazione, messaggio su messaggio, battuta di verso dopo battuta di verso, parossismo figurale dietro parossismo figurale, la consapevolezza delle odiose ingiustizie esistenti, la coscienza della improrogabilità di un cambiamento rivoluzionario dei suoi assetti ovvero di una "redenzione" della società in previsione di una società dei redenti.

Giovenale, il capostipite riconosciuto del genere di pertinenza, retrodata, invece, la sua denuncia e la sua polemica. La decadenza dell'impero è vista e processata, con nomi e cognomi e opportune rogatorie, nel suo manifestarsi alcuni anni prima del completamento dei libri delle Satire, e dunque a sipario ormai calato sugli eventi e sugli artefici loro, ora coinvolti post mortem in incidenti probatori, dacché un'accusa in diretta e nella crucialità della realtà presente - ammette il poeta aquinate - potrebbe facilmente ottenergli una poena capitis.

E poi Giovenale non si prefigge, né forse può prefiggersi, il fine, nel cui specchio riflettere i suoi versi satirici, della postulazione e contrario di una comunità regolata da una effettiva perequazione, improntata ad una vera giustizia; anzi, laudator temporis acti qual è, c'è chi lo dichiara tutt'altro che politicamente corretto.

Tuttavia, la sua versione della satira non è davvero da medietà oraziana e appare pervasa, viceversa, dall'indignazione (lemma che nei suoi libri ricorre) e dall'ira di chi non la manda a dire né tempera gli strali delle sue severe istruttorie e livorose reprimende, inaugurando siffattamente una tendenza di genere - una specie di genere nel genere - che Lucini avrebbe restituito in evidenza, facendone connotato saliente di una poesia politica di pensiero critico. E ancora, repertando il campionario dei modelli di comportamento e della cultura antropologica invalsi nella società della sua epoca, Giovenale procede ad una tipizzazione dei personaggi ingaggiati che stampa maschere (e figure a loro modo allegoriche) guardando al teatro. E infine è testimone, tra chiaroscuri e bagliori sinistri e spreco di effetti-notte, di una urbanizzazione che monta, di una nuova realtà metropolitana che essuda malessere, carica di contraddizioni: una condizione che richiede le alte temperature, i ponfi e le porpore, le radicali escursioni espressionistiche del linguaggio.

Lucini, tra i pochissimi ferrati lettori di Giovenale tra Ottocento e Novecento, ne era avvertito. E si sentiva confortato, corrisposto.