Tratto da: Un colpo di pistola nel concerto, Odradek 2016.

‘68. LA CONTESTAZIONE

DEL TESTO

di Francesco Muzzioli

La questione del rapporto politica-letteratura si riaccenderà nel ʼ68, in corrispondenza alla ripresa del conflitto sociale. Sarà una fase di insubordinazione diffusa in tutto il mondo, con rivoluzioni nella rivoluzione, guerriglie, movimenti giovanili, rivolte operaie e quant'altro.[1] Da un lato i disagi della forza lavoro immigrata (l'operaio massa), dall'altro la proletarizzazione intellettuale producevano una convergenza esplosiva. Una radicalizzazione generale che tuttavia sembrerebbe aver radicalizzata anche la distanza tra le due rivoluzioni. Infatti, da un lato, il richiamo alla mobilitazione era caratterizzato da un rifiuto dogmatico di tutto ciò che apparisse borghese, e quindi anche della letteratura, denunciata in toto e in quanto tale come appartenente alla classe dominante, richiedendo agli intellettuali una sorta di passaggio rieducativo (un po' alla cinese) attraverso la concretezza pratica delle lotte; dall'altra parte, però, il movimento era attraversato da una spinta libertaria utopica, antiautoritaria e antirepressiva (Marcuse il livre de chevet dell'epoca), affermata in slogan quali "siate realisti, chiedete l'impossibile". Del resto, se la contestazione si voleva "globale", non avrebbe dovuto lasciare indisturbato nessun ambito. Il problema era che il materialismo riscoperto allora sull'onda del "ritorno a Marx" esigeva una concezione monista poco duttile per una divisione di ruoli tra materia e spirito, per cui le due sfere erano obbligate ad una dialettica stretta, piuttosto difficile da maneggiare con le dovute articolazioni. Tuttavia, nei suoi punti più lucidi, tale da raggiungere i risultati più interessanti della questione "politica nella letteratura", con l'esito di una contestazione insieme dall'esterno e dall'interno del testo.

In Francia, le posizioni più antagoniste erano quelle dei gruppi di "Tel Quel" (Philippe Sollers, Julia Kristeva) e di "Change" (Jean Pierre Faye). Anche se il rapporto tra le due rivoluzioni, a ben vedere, non faceva molti passi avanti da dove lo avevano lasciato i surrealisti (scrive Sollers, sottolineando con il corsivo: «la scrittura non è al servizio del reale, o dell'economia, ne è la forza di trasformazione simbolica»;[2] senza di questa, la rivoluzione economica è destinata a "impantanarsi"); tuttavia, aggiornata dai contributi di Althusser, Lacan, Derrida, la teoria del testo e della scrittura fuoriusciva dai generi tradizionali e l'istanza della "rivoluzione permanente" non ammetteva pause. Interessanti restano la dialettica del semiotico contro il simbolico, teorizzata dalla Kristeva[3] e la soluzione "diagonale" di Sollers, per cui la scrittura attraversa gli strati delle formazioni simboliche (FS), delle formazioni ideologiche (FI) e delle formazioni storiche (FSt):[4]


Ma in questa sede, vorrei sottolineare l'importanza del libro di Guy Debord, La società dello spettacolo, uscito alla fine del 1967 e quindi di poco precedente ai momenti più "caldi". E mi piace soffermarmi un momento su Debord perché il suo libro viene spesso equivocato e il suo autore citato come un profeta della "società dello spettacolo", evidentemente da quelli che ne hanno letto soltanto il titolo, perché il libro invece non è un elogio ma un netto rifiuto.


Certo, profetico lo è, nel senso che si accorge con largo anticipo dei meccanismi della spettacolarizzazione che oggi è molto più facile individuare. Debord proveniva dall'esperienza dell'Internazionale Situazionista, cui aveva contribuito a dare un profilo sempre più politicizzato, anche attraverso una serie di scissioni del movimento. Il Situazionismo aveva tentato di superare le avanguardie precedenti, come sottolinea lo stesso Debord nel libro del '67:

Il dadaismo e il surrealismo sono le due correnti che hanno segnato la fine dell'arte moderna. Essi sono contemporanei, benché in maniera solo relativamente cosciente, dell'ultimo grande assalto del movimento rivoluzionario proletario; e la sconfitta di questo movimento, che li lasciava confinati al campo artistico stesso di cui avevano proclamato la caducità, è la ragione fondamentale della loro immobilizzazione. Il dadaismo e il surrealismo sono nello stesso tempo storicamente legati e in opposizione. In questa opposizione, che costituisce anche la parte più conseguente e più radicale dell'apporto rispettivo di ciascuno, si rivela l'insufficienza interna della loro critica, da entrambi sviluppata da un solo lato. Il dadaismo voleva sopprimere l'arte senza realizzarla; e il surrealismo voleva realizzare l'arte senza sopprimerla. La posizione critica elaborata in seguito dai situazionisti ha mostrato che la soppressione e la realizzazione dell'arte sono gli aspetti inseparabili di un unico superamento dell'arte.[5]

Il superamento doveva avvenire abbandonando l'opera per l'azione diretta; ma questo avrebbe condotto in nuove contraddizioni, come quella di conservare nel soggetto artista il mito dell'arte come azione libera.[6]

Ma veniamo alla Società dello spettacolo. Fin dall'inizio, dalla tesi n. 1, Debord mette a fuoco il nuovo problema che non è più solo lo sfruttamento del lavoro, ma anche la rappresentazione senza la quale lo sfruttamento sarebbe monco e forse non potrebbe avvenire. Leggiamo: «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un'immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione».[7] Dove si nota anche la predilezione di Debord per l'intervento di alterazione, in questo caso facendo il verso alla «immensa raccolta di merci» che stava in apertura del Capitale di Marx. E però il marxismo non è giubilato, viene piuttosto allargato e completato, il valore di scambio assorbe del tutto il valore d'uso, il feticismo delle merci - ancora lui, che abbiamo visto dibattuto tra Lukács e Adorno - va a prendersi il centro della scena, accanto alla perpetuazione del potere e del suo "valore simbolico". L'analisi del Capitale viene portata alle estreme conseguenze in quanto per l'appunto il capitalismo si è evoluto e perfezionato fino all'«occupazione totale della vita sociale», quindi con la commisurazione della cultura allo scopo della produzione di consumatori adatti al consumo alienato. Quindi l'individuale diventa sociale ("il personale è politico" è uno slogan di quegli anni, poi inteso a rovescio nel riflusso), l'avere si converte nell'apparire. «Lo spettacolo - scrive Debord - è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine».[8] Non a caso uno dei capitoli del libro si intitola L'ideologia materializzata: non si tratta più di idee distorte soggettivamente che possono essere sradicate con la persuasione razionale, ma di modelli presentati come oggettivi e assunti con forte investimento a costruire il soggetto, la personalità, secondo il processo del feticismo («L'apparenza feticista di pura oggettività nelle relazioni spettacolari nasconde il loro carattere di relazione fra uomini e fra classi»[9]). Il rapporto tra reale e immaginario si fa intrecciato e aggrovigliato: «Lo spettacolo che inverte il reale è effettivamente prodotto. Nello stesso tempo la realtà vissuta è materialmente invasa dalla contemplazione dello spettacolo, e riproduce in se stessa l'ordine spettacolare portandogli un'adesione positiva».[10] Se la diagnosi sembra precorrere la situazione che è stata detta postmoderna, invece la prognosi è tutto il contrario: non c'è assolutamente accettazione del fascino seduttivo della spettacolarizzazione e nemmeno ammirazione per il suo coinvolgimento fantasmagorico; piuttosto Debord, come i movimenti sessantotteschi, rigetta il "sistema" del totalitarismo morbido e preconizza la «ripresa della lotta di classe rivoluzionaria». Questa dovrà attivare insieme la teoria e la prassi: «La teoria critica dello spettacolo non è vera se non in quanto si unifica con la corrente pratica della negazione nella società».[11] Così come le merci e le loro immagini, anche le due rivoluzioni si intrecciano; ma ciò, lungi da risolvere il problema fa trovare davanti un compito ancora più difficile. Infatti, le vie dell'opposizione "ufficiale" non sono praticabili: Debord esprime una visione disincantata del fallimento del comunismo realizzato in Russia e della sua distanza dall'utopia, compresa la "ruggine" dei partiti comunisti occidentali (ciò marca la forte distanza tra il 68 e il 17), fino ad enunciare il motto paradossale, «la teoria rivoluzionaria è ora nemica di ogni ideologia rivoluzionaria, e sa di esserlo».[12] Ne salva solo l'esperienza dei Consigli, poi strangolata dal partito unico, consuonando con il sogno, diffuso nel 68, della democrazia diretta dal basso. Insomma, quale rivoluzione se l'unica veramente vincente è stata quella della borghesia? Dall'altra parte, la totalizzazione del potere "spettacolare" lascia ben pochi margini di manovra alla alternativa artistica. Come è possibile distogliere il «consumatore di illusioni»? Le indicazioni che Debord dà nel suo libro del '67 sono il «linguaggio della contraddizione» e lo «stile della negazione»;[13] e poi il détournement, lo scarto, l'appropriazione decontestualizzante, l'elemento traslato e riconvertito con una mossa agli antipodi del blando e innocuo citazionismo postmoderno:

Il détournement è il contrario della citazione, dell'autorità teorica sempre falsificata per il solo fatto di essere divenuta citazione; frammento strappato dal suo contesto, dal suo movimento, e in definitiva dalla sua epoca in quanto riferimento globale come dall'opzione precisa che essa era all'interno di questo riferimento, esattamente riconosciuto o misconosciuto. Il détournement è il linguaggio fluido dell'anti-ideologia. Esso appare nella comunicazione che sa di non poter pretendere di detenere alcuna garanzia in se stessa e definitivamente. Esso è, al grado più alto, il linguaggio che nessun riferimento al passato e al di sopra della critica può confermare; mentre è al contrario la sua coerenza, in se stesso e con infatti praticabili, che può confermare il vecchio nucleo di verità che esso restituisce. Il détoumement non ha fondato la sua causa su nulla di esterno alla sua pura verità come critica presente.[14]

Sul principio che il soggetto espropriato deve "riappropriarsi" delle immagini, Debord inserirà una lettura del suo libro teorico come voce fuori campo di un film (1973) costruito sul montaggio di immagini preesistenti, mettendo particolarmente in contrasto le rappresentazioni dell'attrazione erotica con quelle della violenza repressiva. Ma questa è comunque una soluzione del problema artistico; quanto al problema politico, malgrado le suggestive consonanze, la partecipazione situazionista al 68 resterà problematica, l'utopismo teorico essendo sempre distante dalla tattica concreta del movimento. A questa disparità l'Internazionale Situazionista non regge per molto, si scioglie nel 1972.

Non diversamente vanno le cose in Italia, dove la nostra questione si sviluppa a margine delle poetiche della neoavanguardia. Queste, apparentemente, si presentavano come progetti interni all'evoluzione letteraria, la nozione di sperimentalismo promettendo un'attitudine laboratoriale e non barricadera. Tuttavia, nel Gruppo 63, il problema è affrontato soprattutto da Sanguineti, la cui istanza politica è sempre stata fondativa: nel saggio Avanguardia, società, impegno (1966), egli rispondeva alle obiezioni che davano l'avanguardia come creatura borghese, ammettendo che «l'avanguardia non può spiegarsi immediatamente in termini di classe», ma sostenendo nondimeno che «si costituisce, alle radici, nella forma della contestazione, nell'atto stesso in cui si genera sul terreno estetico, mette in causa, immediatamente la struttura tutta dei rapporti sociali».[15] Quindi l'avanguardia si oppone all'"ordine neo-capitalistico", ma, in un momento di stagnazione storica e nel divorzio tra "impulsi anarchici" e "impulsi rivoluzionari", perde i connotati "romantici" dello scaricarsi nell'azione concreta. Sanguineti distingue infatti tra l'impegno, che è una "sostituzione categoriale", nel momento in cui una «ingenua politicizzazione della cultura» orienta l'arte secondo la politica; e l'avanguardia che, invece, sperimenta i suoi limiti strutturali ed esibisce la contraddizione («Si tratterà, in maniera tenace ed esclusiva, di forzare al limite la contraddizione che è collocata nell'eteronomia mercantile»[16]).

Eppure, la soluzione non era così semplice, quando, avvicinandosi gli anni caldi, si riproporrà il dilemma di un rapporto più ravvicinato. È il nodo che i partecipanti al Gruppo 63, affronteranno tra il '67 e il '69, nelle pagine della rivista "Quindici", nata appunto come periodico non solo artistico-letterario, ma politico-culturale. Proprio sul primo numero, Sanguineti ritornava sul rapporto avanguardia-rivoluzione, ribattezzando la prima, artaudianamente, come Letteratura della crudeltà: «come esperienza della parola, sopra il terreno delle idee o in regime di psicologia, essa è già fuori, obiettivamente, delle istituzioni e dello stato. (...) è la rivoluzione sopra il terreno delle parole, (...) Così, sempre nella forma ideologicamente condizionata (in sede di preistoria) dell'anarchia, la letteratura della crudeltà sperimenta ormai il superamento delle istituzioni e dello stato».[17] Dichiarazione forte e schieramento netto, tuttavia la "rivoluzione sul terreno delle parole", malgrado il suo riferimento all'anarchia, si troverà in difficoltà nel momento in cui, come dirà Angelo Guglielmi, la contestazione "passerà in altre mani". Quando, malgrado il suo favore per la "pulsione anarchica", Sanguineti manifesterà una certa avversione al 68 (confermata in anni successivi, anche una volta a voce allo scrivente); un suo intervento su "Quindici", Rivolta e rivoluzione,[18] stigmatizzava la differenza tra le due contro l'estremismo qualificato leninianamente di "infantile", probabilmente per il timore che la violenza derivata dalla "frustrazione psicosociale", da un lato diventasse moda, dall'altro invadesse dogmaticamente le scelte letterarie.

Posizioni più mediatrici erano quella di Umberto Eco che ribadiva il tipo di impegno della neoavanguardia, basato sul «rinnovamento delle forme comunicative e la distruzione delle forme assestate» e non sull'epica dell'azione rivoluzionaria, concedendo nella nuova situazione sulla necessità di una rivista aperta, che facesse i conti con i movimenti, senza perdere di vista il lavoro nello specifico; con una riflessione che ritorna sulle due rivoluzioni:

È la spessa buccia di coscienza che avvolge la società e la determina anche quando essa, scegliendo le vie della prassi immediata, crede di sbarazzarsene - e invece pensa e agisce ancora nei termini in cui la Kultura le impone di vedere il mondo. E rimane a irrigidire e confondere le scelte anche quando le rivoluzioni hanno sovvertito le basi economiche di un sistema - salvo fare una seconda rivoluzione, questa volta culturale, per salvare la prima. E rimane a connotare in senso borghese anche il discorso del rivoluzionario che, per amore della realtà sociale "visibile", rinunci ad analizzare quella realtà sociale che sono le parole.[19]

Dal canto suo Fausto Curi, accoglie la sfida della politica nel quadro di una "presa della parola": «Si tratta allora di politicizzare la parola letteraria»[20]; «il problema è ora di politicizzare al massimo l'aspetto politico della nostra interpretazione».[21] Il più inclinato verso gli esiti del 68 era Nanni Balestrini, divenuto direttore di "Quindici" dopo le dimissioni di Giuliani. Il suo intervento, La rivoluzione dei pifferi, rinverdiva ironicamente la polemica Vittorini-Togliatti; non dava però istruzioni per l'uso, preferendo indicare la via della militanza come inizio di una direzione da trovare: «Fatta dalle masse e per le masse, una uova arte rivoluzionaria, a differenza del realismo stalinista, può nascere solo da un salto rivoluzionario, cioè dal rifiuto, dalla rottura con la cultura di classe e repressiva della borghesia».[22] Ma se le due rivoluzioni, una volta separate, non riuscivano a trovare l'accordo, procedere a rivoluzioni unificate non avrebbe ugualmente risolto alcunché. La scelta di Balestrini con Vogliamo tutto (1971), se per un verso sembrava puntare su un impegno contenutistico, tuttavia manteneva il principio del montaggio di materiali eterogenei e l'impersonalità dell'autore, eclissato dietro la parola di un testimone diretto.


Insomma, la "politica nella letteratura" negli anni più caldi finisce o da un verso o dall'altro in una serie di contraddizioni. Vorrei compierne una ulteriore verifica, riesumando uno strano e combattivo "bollettino d'avanguardia" con la copertina rossa, il "Che fare?" di Francesco Leonetti e Roberto Di Marco. Il primo proveniva da "Officina" e dal "menabò", il secondo dalla "Scuola di Palermo" e dal Gruppo 63. Ricordo che Di Marco aveva pubblicato già anni prima su "Marcatré" un importante contributo, oggi purtroppo dimenticato, tra le altre ragioni, anche perché uscito in 4 puntate e mai recuperato in volume. Il saggio, intitolato Determinazione e indeterminazione. Ipotesi per una letteratura di contestazione,[23] rimane uno dei tentativi più seri di chiarire i rapporti letteratura-politica al di fuori dei luoghi comuni, quand'anche marxisti. Un lavoro condotto con una accurata dialettica, capace di unire quello che deve essere unito (ad esempio, parlare del rapporto tra letteratura e società significa considerarle subito separate) e di dividere quello che deve essere diviso (ad esempio, la letteratura di consenso da quella di dissenso). Di Marco, per dirimere le ingarbugliate questioni si serviva, tra l'altro, di categorie originali come quelle, fin dal titolo, di "determinazione" e "indeterminazione" (la seconda appannaggio dell'avanguardia) e di "processo di costituzione" (della letteratura) distinto dal "processo costitutivo" (dell'opera), aprendo su ogni fronte la possibilità dell'alternativa. Fin dal titolo emergeva, in anticipo sul 68, il termine "contestazione", riferito all'"Ordine" ­- che non indica soltanto la norma letteraria, così come il "progetto" viene precisamente distinto dalla poetica. Lo spazio letterario, secondo Di Marco, è sì il luogo di una conflittualità specifica, tuttavia non separata, tanto che la sua eccentricità può agire "muriaticamente" (cioè come un acido corrosivo) sul mondo. Quindi non si tratta tanto di "rinnovare" la letteratura, facendo seguito a una linea evolutiva, quanto di "rifondarla", cioè di trasformare il terreno teorico-estetico entro cui si ragiona di essa; e in questo si sente l'esigenza di una rivoluzione copernicana, così come in un altro punto è attribuita una certa "nostalgia tolemaica" alla logica del "consumo" e dell'"intrattenimento". Dunque, dialetticamente, da un lato le due rivoluzioni sono una sola, e la letteratura di indeterminazione è «promotrice di conflittualità al livello specifico della 'costituzione di senso', dei valori e dei significati», la quale costituzione è «uno dei livelli fondamentali e di fondazione della lotta di classe»;[24] dall'altra parte, le contraddizioni tra determinazione e indeterminazione, negazione e contemplazione, mercificazione e de-formalizzazione, non potranno essere risolte «fintantoché non si realizzino determinate trasformazioni rivoluzionarie delle condizioni sociali-materiali date».[25]

Ma veniamo agli interventi del "Che fare?", la rivista che apre le sue pubblicazioni nel maggio 1967 e si svolge poi a ridosso degli anni più "infuocati". Il tono della rivista è quello di intellettuali che riprendono in mano in prima persona i temi direttamente politico-economici e la letteratura quindi può comparire soltanto nel quadro di queste riflessioni neomarxiste (segnalo il Presso Marx di Gianni Scalia nel n. 1) spinte dall'incalzare dei movimenti. L'apice delle riconsiderazioni letterarie si ha nel n. 4 inverno 1968-69), dove Leonetti e Di Marco, in due interventi paralleli, il primo Il processo estetico rovesciato e il secondo Verso l'estensione della rivoluzione cultuale nel campo della comunicazione borghese formalizzata, illustrano la nozione di "Decentramento dell'opera". È una proposta significativa del punto in cui arriva la teorizzazione del 68, che si può riassumere in quattro "mosse" principali: 1) la diffusione del mercato fa sì che ormai la letteratura gli sia tutta interna, per cui la stessa avanguardia degli anni precedenti risulta una semplice variante prontamente riassorbita, malgrado i tentativi di "negazione-rottura" è destinata al fallimento e all'integrazione; 2) il "primato della prassi" impone l'abbandono del terreno letterario come separato. Leonetti avverte che la «creatività artistica letteraria come complementare alla prassi rivoluzionaria, e l'immaginazione al potere, si devono ritenere intenzioni generosamente pie», mentre l'effetto maggiore si ottiene «non con l'opera, come ritennero le avanguardie storiche, ma si compie col comportamento "out"»;[26] 3) alla praticabilità letteraria resta come estrema (e estremistica) possibilità la teoria del decentramento, una sorta di lavoro sbieco, restandovi provvisoriamente dentro, ma nello stesso tempo come si fosse fuori (con una certa parentela con lo straniamento, quindi). Riportiamo la formulazione di Leonetti:

L'arte-letteratura sarebbe dibattito entro e contro l'ideologia in quanto sarebbe riflesso ipotetico-tendenziale di questa prassi unitariamente concepita (che ritorna divisoria nelle involuzioni sociali-autoritarie di ogni tipo). L'unica «avanguardia» letteraria-artistica che è plausibile oggi, accanto alla vera avanguardia politica antagonistica, è dunque l'investigazione di un decentramento che possa costituire nell`opera la coscienza negativa della funzionalizzazione borghese del processo estetico: si deve cioè, restando nell'occhio del tifone dell'ideologia, tentare di riflettere la prassi: o, meglio, tentare di «rovesciare» l'ideologia come realtà immaginaria, producendo una frantumante ripetizione «nel reale» della ripetizione ideologica - specchiante ed evasiva - del reale.[27]

E quella di Di Marco, secondo la quale il decentramento permanente

sarà la negazione-contestazione permanente e 'universale' della separazione borghese - ideologica e istituzionale e su cui si fondono le varie 'separatezze' - di teoria e pratica, di prassi e conoscenza, di rapporti di comunicazione e rapporti di produzione etc.

(...)

L'opera improntata all'azione letteraria e artistica di 'decentramento permanente' sarà dunque un contesto di scrittura-formalizzazione agito e situato in maniera tale che il suo vero 'centro' e il suo reale 'compimento' avranno sede e senso e compiuta significazione nel 'fuori' dell'opera, cioè non 'dentro' e nell'opera 'in sé' in quanto involucro e modello di formalizzazione e simbolizzazione e simbolizzazione/significazione «autonoma», ma entro alla pratica sociale rivoluzionaria della negazione determinata storico sociale.[28]

Pertanto: 4) non solo contraddittoria, ma rimaneva alla letteratura una strada ben stretta, per conseguire un ruolo che in quel momento la passione militante (l'unica rivoluzione reale) assegnava come sostanzialmente subalterno contributo «alla esplosività di contraddizioni pratiche», così Leonetti.

Dopodiché, una svolta sfiammata la spinta propulsiva, è interessante vedere l'arco successivo: negli anni Ottanta, Leonetti darà vita a un lavoro di resistenza nella sezione letteraria della rivista "Alfabeta" con acme nel convegno palermitano di bilancio-rilancio sul Senso della letteratura. Quanto a Di Marco, le sue riflessioni successive sono contenute nel volume Oltre la letteratura (1986): ormai la situazione - definita "situazione Postmodernità", ma ancor meglio l'"Era del Rinculo Mentale" - non sembra più consentire margini di manovra, la scrittura sembra tutta assorbita nel regno della merce dell'"Azienda letteratura"; tuttavia, malgrado le aumentate difficoltà la strenua ricerca materialistica intendeva ripartire dal livello più elementare, quello della "scrittura espressiva", intesa come una istanza antropologica di base distinta dalla letteratura come istituzione e come comunicazione. Senza l'illusione di essere affrancati dalla pesantezza della situazione, ma con la consapevolezza della contraddizione: «non solo chi scrive ma tutti in questi anni abbiamo letteralmente lavorato nel fango, cioè nella contraddizione della letteratura della fine della letteratura. Non tutti, ovviamente, se ne rendevano conto, e se taluni nel fango si sono trovati a loro pieno agio che farci?».[29] Per un verso, la rivoluzione della letteratura deve arrangiarsi ormai da sola, per quello che può, a «battersi per una sempre più estesa socializzazione della "funzione espressiva", cioè per la sua riappropriazione (...). E non è una battaglia da rimandare a "dopo la rivoluzione"»;[30] dall'altro, in discussione soprattutto con il gruppo "Quaderni di critica",[31] Di Marco manifesta sfiducia verso i termini della "ricerca", dello "sperimentalismo" e anche della "tendenza", propendendo per l'esigenza dell'oltre, dell'altro e del fuori della letteratura. Malgrado queste differenze, ci sarà un avvicinamento con i "Quaderni di critica" che porterà al disegno antologico di una nuova generazione alternativa, la Terza Ondata, raccolta in libro da Di Marco insieme a Filippo Bettini nel 1993, dove, in dialogo con le funzioni di una allegoria radicale, rivendicava ancora, e malgrado l'invisibilità ormai di entrambe, l'identità delle "due rivoluzioni", per cui non si tratta di rinnovare la letteratura, ma di confliggere «con la realtà sociale culturale e comunicazionale esistente».[32]


[1] Per la documentazione si vedano: Il maggio rosso di Parigi, a cura di P. Flores d'Arcais, Padova, Marsilio, 1968; L'orda d'oro, a cura di N. Balestrini e P. Moroni, Milano, Feltrienlli, 1997 (1a edizione: Milano, Sugar, 1988); Cercando il '68, a cura di G. Borghello, Udine, Forum, 2012. Sull'intero decennio riflette il saggio di F. Jameson, Periodizing the 60's (1984) in The Ideologies of Theory, vol. 2, cit.

[2] P. Sollers, Sul materialismo, Milano, Feltrinelli, 1973, p. 178.

[3] In particolare in La rivoluzione del linguaggio poetico, Milano, Spirali, 2006. Edizione originale del 1975.

[4] P. Sollers, Sul materialismo, cit., p. 164.

[5] Ivi, p. 166.

[6] Cfr. M. Perniola, L'avventura situazionista, Milano, Mimesis, 2013.

[7] G. Debord, La società dello spettacolo, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2004, p. 53.

[8] Ivi, p. 64.

[9] Ivi, p. 60.

[10] Ivi, p. 55.

[11] Ivi, p. 172.

[12] Ivi, p. 122.

[13] Cfr. ivi, p. 173.

[14] Ivi, p. 174-175.

[15] E. Sanguineti, Ideologia e linguaggio, Milano, Feltrinelli, 1970, pp. 71-72.

[16] Ivi, p. 80.

[17] Ivi, pp. 134-135.

[18] L'intervento, non più raccolto, si legge ora in AA. VV., Quindici. Una rivista e il Sessantotto, Milano, Feltrinelli, 2008, pp. 225-229.

[19] Pesci rossi e tigri di carta, ora ivi, p. 397.

[20] F. Curi, Metodo storia strutture, Torino, Paravia, 1971, p. 223. L'intervento, Presa politica della parola, era uscito su "Quindici" nel 1969.

[21] Ivi, p. 224.

[22] AA. VV., Quindici. Una rivista e il Sessantotto, cit., p. 411.

[23] R. Di Marco, Determinazione e indeterminazione. Ipotesi per una letteratura di contestazione: I parte in "Marcatré", nn. 8-9-10, luglio-settembre 1964, pp. 59-64; II parte, ivi, nn.14-15, maggio-giugno 1965, pp. 125-131; III parte, ivi, nn. 16-17-18, luglio-settembre 1965, pp. 7-16; IV parte, ivi, nn. 23-24-25, giugno 1966, pp. 36-40.

[24] Ivi, parte III, p. 15.

[25] Ivi, parte IV, p. 40.

[26] Decentramento, in "Che fare?" n. 4, rispettivamente pp. 129 e 132.

[27] Ivi, p. 135.

[28] Ivi, p. 145-146.

[29] R. Di Marco, Oltre la letteratura, Padova, GB, 1986, p. 113.

[30] Ivi, p. 55.

[31] Del gruppo "Quaderni di critica" (Filippo Bettini, Mirko Bevilacqua, Marcello Carlino, Aldo Mastropasqua, Francesco Muzzioli, Mauro Ponzi), vedi in particolare Per una ipotesi di "scrittura materialistica", Foggia, Bastogi, 1981.

[32] In AA. VV., Terza Ondata, Bologna, Synergon, 1993, p. 29. Una nuova edizione dell'antologia è stata pubblicata da ABeditore, Milano, 2014.