1938: NELLA CONTRADDIZIONE. DUE COLLOQUI CRUCIALI

DI WALTER BENJAMIN

di Francesco Muzzioli

Il 1938 è un anno in cui si cominciano addensare le nubi nere del conflitto che culminerà nella Guerra Mondiale. La Germania hitleriana si annette l'Austria e il Patto di Monaco le lascia mano libera sui Sudeti; dall'altro lato dello schieramento, in Unione Sovietica, procedono le "purghe" che eliminano come traditore ogni oppositore alla politica di Stalin. La guerra civile spagnola va verso il suo compimento. In Italia è l'anno in cui vengono promulgate le leggi razziali. Cosa fare quando l'oscurantismo e la repressione si stringono come una tenaglia e non lasciano intravedere vie d'uscita?

Walter Benjamin è fuoriuscito dalla Germania già nel 1933, al primo accenno di persecuzione, essendo ebreo di origine (suo fratello Georg, che invece è rimasto in patria, nel ʼ38 è in carcere e morirà in campo di concentramento). Benjamin è riparato a Parigi, ma si trova in ristrettezze e necessita di aiuto. E anche lì l'antisemitismo non ha problemi a manifestarsi, vedi i pamphlet di Céline. La Scuola di Francoforte è ormai spostata negli Stati Uniti. Eppure, il cervello di Benjamin è di un tipo particolare: pare alimentarsi proprio nel peggiore stato di emergenza e in esso raggiungere la massima lucidità. Ce lo dimostrano due colloqui cruciali da lui intrattenuti in questo anno così deprimente.

Il primo è quello con l'amico Gershom Scholem, lo studioso della Kabbalah, con cui aveva condiviso tante esperienze giovanili. Scholem è emigrato da diversi anni in Palestina e vorrebbe che Walter lo raggiungesse. È di passaggio a Parigi per recarsi ad un impegno accademico in America, sicché i due vecchi amici si incontrano - dopo 11 anni e sarà il loro ultimo incontro. In proposito abbiamo un resoconto di Scholem che parla di discussioni appassionate e di toni a dir poco burrascosi. Il problema è la collocazione a sinistra di Benjamin, una posizione che in quel periodo - con i processi di Mosca - non è proprio facile da giustificare. Attaccato sul lato della sua teoria dell'opera d'arte e della "caduta dell'aura", ma mirando al cuore della sua adesione al marxismo, Walter mantiene il suo punto e si difende così, secondo il racconto dell'amico:

Gli contestai l'uso che egli faceva all'interno del saggio del concetto di «aura», del quale si era valso per tanti anni in senso totalmente diverso, e che ora veniva, a mio giudizio, collocato in una cornice pseudo-marxista. La nuova definizione da lui di vista fornita di tale fenomeno costituiva, da un punto logico, un espediente che gli consentiva di introdur­re surrettiziamente concezioni metafisiche in un quadro con esse incompatibile. Ma ciò che criticai soprattutto era la seconda parte, quella in cui la filosofia del film, come forma d'arte rivoluzionaria del proletariato, rappresentava per me un'inaccetta­bile forzatura del tutto priva di un rapporto ragione­vole con la prima parte. Benjamin difese con calore la sua posizione. Affermò che il suo marxismo continuava a essere di natura non dogmatica ma euristica, sperimentale; e che l'applicazione a prospettive mar­xiste degli assunti metafisici o addirittura teologici che egli aveva maturato nel periodo della nostra comunanza spirituale era senz'altro una conquista, dato che essi avevano la possibilità di esplicare all'interno di quelle una vitalità, almeno nella nostra epo­ca, maggiore rispetto a quella che sarebbe stata loro propria in ambiti originariamente più conformi.

Al di là di ogni questione contingente, qui Benjamin sta sfiorando la matrice profonda del suo pensiero, cioè la "teoria della traduzione": come già nel giovanile scritto sul Compito del traduttore, emerge chiaramente la positività della dinamica traduttoria, vale a dire lo spostamento di elementi in un diverso contesto in cui possono vivere ed esplicarsi maggiormente, così come l'opera non è fatta per il contesto del suo presente, ma è destinata a raggiungere nel futuro il suo "momento di leggibilità" (e la storia del destino dello stesso Benjamin - morto come un profugo qualsiasi e oggi il teorico più citato al mondo - è lì a dimostrarlo).

Ma ecco il secondo colloquio, nell'estate dello stesso anno, dove Benjamin va a sentire l'altra campana: va infatti in Danimarca a trovare Brecht, anche lui fuoriuscito da alcuni anni dalla Germania. Benjamin è in cerca di un luogo dove lavorare al suo saggio su Baudelaire, ma incappa in vari disagi, come il chiasso dei bambini nella casa in cui è ospitato. Rispetto alla situazione in cui l'abbiamo visto prima, adesso è guardato proprio dall'altro lato: per Scholem era diventato troppo materialista, per Brecht lo è troppo poco. «C'è qui Benjamin», annota nel suo diario di lavoro il drammaturgo di Augusta; e poi, a proposito dell'"aura": «Tutto è mistica in questo atteggiamento contrario alla mistica. Tale è la forma in cui viene costretta la concezione materialistica della storia! È piuttosto raccapricciante». C'è da aspettarsi anche in questo caso delle buone scintille, ma rispetto ai precedenti incontri Brecht si mostra meno puntiglioso. Nelle note stilate da Benjamin, il nodo più sofferto della discussione appare la situazione in Russia, dove molti dei loro conoscenti non si sa più se siano vivi o no. Lo stesso Brecht si sente ormai messo ai margini: «in realtà io di amici lì non ne ho», ammette - e non lesina le critiche a Lukács e agli intellettuali di apparato. La sua analisi è netta: «Non c'è più alcun dubbio - la lotta contro l'ideologia è diventata una nuova ideologia»; e: «In Russia vige il governo personale. Solo le teste di legno possono negarlo». E però, con una sorta di dialettica cinica, sembra quasi difendere Stalin come il male minore o meglio da non criticare apertamente per non portare acqua ai nemici del comunismo: «In Russia domina una dittatura sul proletariato. Intanto però bisogna evitare di contestarla, dal momento che questa dittatura compie ancora un lavoro pratico per il proletariato». Ad esemplificazione, Brecht legge un testo singolare, il Discorso del contadino al suo bue, in cui il contadino apostrofa il bue e lo prega di arare diritto dopo tutti i sacrifici fatti per sfamarlo. È una poesia su Stalin? Sulle prime l'interlocutore resta interdetto e con ragione, infatti le critiche sono velate dall'interposizione allegorica (e dalla pretesa che si tratti di un antico canto egizio), mentre il "piccolo padre" è trasformato nell'animale al servizio del popolo; nello stesso tempo, le critiche emergono dal fatto che evidentemente il bue non si comporta bene, tanto da ricevere all'ultimo verso l'appellativo di "Hund" ("cane", in senso spregiativo: un traduttore italiano mette "carogna"). Ed è vero che poi Brecht non si fiderà di prendere la strada dell'Est e andrà invece all'Ovest, finendo per altro nella "caccia alle streghe"... (evidentemente è un personaggio "fuori posto" da qualunque parte).

Nel diario di Benjamin mancano quasi sempre le sue controrepliche che possiamo immaginare ancora più critiche e preoccupate. C'è però questa, verso la fine del soggiorno danese: «Alcuni giorni dopo Brecht parlò di una "monarchia operaia" e io paragonai questo organismo a quei grotteschi scherzi di natura che vengono a galla dalla profondità degli abissi marini e hanno la forma di un pesce con le corna o di altre mostruosità». Di certo, tra due intellettuali molto diversi eppure affini, il gusto della dialettica conversativa dei pro e dei contro si univa alla scelta per l'umorismo. Brecht farà della resa umoristica dell'esilio la chiave di quel suo piccolo e nascosto capolavoro che sono i Dialoghi di profughi, tanto attuali in questi tempi di profughi! Gli Ziffel e Kalle (i due personaggi dei Dialoghi) non assomigliano proprio del tutto a Bertolt e Walter; ma anche questi due non risparmiano le buone battute, ad esempio:

Verso sera Brecht mi trovò in giardino immerso nella lettura de Il Capitale. Brecht: «Trovo molto positivo che Lei si metta a stu­diare Marx proprio adesso che ci si imbatte sempre meno in lui, soprattutto tra i nostri». Risposi dicendo che preferisco occuparmi dei libri di cui si è molto parlato soprattutto quando non sono più di moda.

Nei nostri "tempi bui", certo meno bui di quelli, però sulla strada, quali indicazioni potremmo trarre? Inutilizzabile ormai appare la massima brechtiana espressa al termine dell'incontro: «non riallacciarsi al buon Antico, ma al cattivo Nuovo» - tanto dilagante è ormai il "cattivo Nuovo" da respingerci giocoforza verso la nostalgia del «buon Antico», cioè verso quella nozione indistinta di tradizione dalla quale invece deve assolutamente prendere le distanze un pensiero che si voglia radicale. Insomma, sappiamo ancora meno di allora a dove riallacciarci e parrebbe che, ancora più dei pensieri emersi nel colloquio, ci si addicesse l'incubo di caduta che Benjamin annota in quei giorni:

Mi trovavo in un labirinto di scale. Questo labirinto non era coperto da tutte le parti. Salivo; altre scale conducevano giú in profondità. Su un pianerottolo mi resi conto di essere giunto su una vetta. Lassú mi si schiudeva un'ampia veduta su tutto il paesaggio. Vidi altri in piedi su altre vette. Uno di questi altri fu colto improvvisamente da vertigine e precipitò. Questa vertigine si propagò; adesso, altri ancora precipitavano da alte vette negli abissi. Quando anch'io fui colto da questa sensazione, mi svegliai.

Eppure, forse ci potrebbe servire questa indicazione di Brecht: «È un bene quando ci si trova in una posizione estrema e si viene sorpresi da un'epoca reazionaria. Allora si perviene a uno stato intermedio». Peccato che individuare con esattezza lo "stato intermedio" sia una delle cose più difficili da fare. E poi credo che non si tratti tanto di essere più moderati, di moderati ce ne sono già abbastanza, ma di intendere lo "stato intermedio" precisamente come una condizione contraddittoria: e esprimerla con una acuta e dinamica scrittura della contraddizione.