Sugli interventi su Marx e il marxismo, di Paolo Ciofi di Massimo D'Alema e Aldo Pirone che pubblichiamo in questo numero

1818 – 1848 MARXISMO OGGI

di Mario Quattrucci

Uno spettro si aggira per l'Europa, lo spettro del comunismo. Iniziava così, in premessa, il Manifesto del Partito Comunista di K. Marx e F. Engels del 1848.

Il "comunismo", quel partito fondato allora da Marx ed Engels con l'obiettivo di «cambiare lo stato di cose presente» e suscitare una rivoluzione socialista; quella potenza che si dichiarava costituita e riconosciuta nell'Europa dei sussulti rivoluzionari del famoso Quarantotto, risulta ad oggi sconfitta. Come ebbe a dire una comunista e marxista non pentita, Rossana Rossanda, «il comunismo non è oggi all'ordine del giorno».

Così pure Marx e il marxismo, quasi in concomitanza con la dissoluzione dell'URSS e la sconfitta della socialdemocrazia europea, il trionfo del TINA, pensiero unico thatcheriano−reaganiano, furono dichiarati morti e sepolti. E non dal solo Ionesco e dalla sua eco (forse) Woody Allen ma, vincenteil pensiero debole, dalla cultura europea in tutte le sue declinazioni.

Eppure molti nuovi libri, saggi e perfino prodotti letterari, riportano alla luce nei cinque continenti, vorrei dire alla vita e alle necessità storiche dell'oggi, Marx e il suo marxismo, la necessità di fare ancora i conti con lui fuori delle distorsioni staliniste e neocapitaliste. E partiti movimenti e leaders ritornano a Marx e al socialismo: da Sanders in USA, a Corbin in Gran Bretagna, a Die Linke e alla sinistra del PSD in Germania, a Melenchon in Francia... per citarne soltanto alcuni...

Il mondo uscito dal fallimento e dalla sconfitta del sistema cosiddetto del socialismo reale e della socialdemocrazia europea dopo la liquidazione di Brandt e Palme, fu ricondotto all'ordine del mercato unico globalizzato sotto il dominio del capitale finanziario e l'egemonia ideologica del liberalismo assoluto. «La società non esiste, esiste l'individuo» fu il vangelo della Lady d'acciaio; «Lo stato non è la soluzione dei problemi, lo stato è il problema», le fece eco Reagan; e Blair s'incaricò, anche con le guerre americane, di portare a compimento la rivoluzione conservatrice di Margaret Thather; e infine il capo della socialdemocrazia tedesca Gerhard Schröder tradusse in tedesco il cedimento totale all'imperio del capitale: "Es gibt keine Alternativen". Il che era e fu nient'altro che celebrare il funerale al trentennio glorioso di keynesiana memoria per demolire non lo stato−potere ma lo stato sociale, e dar corso e via libera al sistema mondiale del massimo sfruttamento degli esseri umani e della natura, della schiavitù, come dice Papa Bergoglio, mmmai così estesa e profonda da che esiste il genere umano.

Ma questo mondo..., questo mondo della fine del secolo breve e del suo infinito prolungamento nel terzo millennio, accettato anche da gran parte delle sinistre di tutti i paesi come il migliore dei mondi possibili because, appunto, there is no alterntive è invece − dice un personaggio del Karl Marx Show di Juan Goytisolo − questa immane successione «di disastri di un mondo sottomesso alla legge del monetarismo ad oltranza, i continenti sprofondati in un'irri­mediabile miseria, la devastazione planetaria, xenofobia, razzismo, mafie eurobancarie, pulizie etniche, universale pia­nificazione orwelliana...» e dunque «proprio nel mo­mento in cui venivano abbattute le statue e bruciate le effigi di Marx da Vladivostok a Tirana, l'iniquità del nuovo mondo configurato dai teorici della libera impresa convalidava paradossalmente le sue [di Marx] denunce e le sue diatribe incendiarie».

Dunque, scrive Mauro Ponzi nella introduzione al volume collettivo Marx e la crisi, diventa ancora una volta necessario «ripensare Marx senza sconti e ormai al di là dei vecchi dogmatismi [poiché proprio] il fallimento del marxismo ufficiale significa, contemporaneamente, la liberazione di Marx, il suo "scongelamento". Liberato dalla politica spicciola e dalla cronaca, Marx può tornare ad essere l'utile [il necessario] interlocutore di un pensiero che non voglia arrendersi all'appiattimento [e all'asservimento] dominante».

È questo, del resto, il pensiero di Paolo Ciofi e Massimo D'Alema, e del bell'outing ideologico di Aldo Pirone, i cui testi presentiamo in versione integrale.

D'Alema ha portato il suo contributo al dibattito internazionale al 2° Congresso Mondiale sul Marxismo, il 5 maggio scorso, così impostandolo: «In Marx ritroviamo la forza di una passione che deve spingerci a non arrenderci allo "stato di cose presenti"».

In realtà, scrive D'Alema, il migliore dei mondi possibili «non si presenta, né pacificato né omologato; al contrario proprio il timore della progressiva cancellazione delle diverse identità nazionali, etniche e religiose ha scatenato drammatici conflitti e ridato vigore a nazionalismi che sembravano appartenere ad un passato ormai remoto... Il problema è che appare evidente che lo sviluppo di un capitalismo senza regole e dominato esclusivamente dalla logica del profitto e dai meccanismi di mercato genera contraddizioni insostenibili, produce instabilità e rischi di guerra proprio come una cultura critica del capitalismo, che ha in Marx il suo più importante punto di riferimento, aveva da tempo messo in luce.... Come ha scritto il grande storico inglese Eric Hobsbawm "Il mercato non ha risposte alle principali sfide che il XXI secolo ha di fronte a sé"»

Ma se il pensiero unico, con i suoi cascami ideologici e culturali, appare ancora egemone, divenuto perfino senso comune; e malgrado le crescenti e virulente risposte di destra a tale incapacità «di dare risposte alle sfide del XXI secolo», una sinistra socialista, socialista democratica, anche comunista, che trova ancora in Marx il referente teorico principale e dichiara il bisogno, anzi la necessità del socialismo, esiste e resiste più o meno in ogni Paese.

Una rivoluzione, dunque: la rivoluzione del nostro tempo, per un nuovo socialismo.

Al dibattito sul marxismo, e alla riacquisizione teorica e prammatica di Marx e di Gramsci, Paolo Ciofi partecipa con questo suo Manifesto.

Non un puro esercizio teorico, ma un intervento teorico−e−politico nella situazione attuale. Un'indicazione di lotta.

Muovendo dallo stato delle cose (Der Stand der Dinge) e dalla sostanza del metodo marxista − l'analisi concreta della situazione concreta (Lenin) −Ciofi delinea un'analisi approfondita della realtà del mondo sotto l'imperio − economico ed ideologico − dell'odierno capitalismo, una linea concreta di azione (il marxismo, infatti, è innanzitutto una guida per l'azione − ancora Lenin) finalizzata alla costruzione di un Partito dei lavoratori e del popolo che voglia e sappia riprendere la lotta, storicamente non eludibile, per liberare l'umanità e il mondo dalla dittatura del capitalismo, «pensando e praticando un'altra idea di società, lottando per la democrazia, l'uguaglianza e la libertà, per una civiltà più avanzata ed umana. Per un nuovo socialismo».

Come detto il Manifesto muove dallo stato delle cose, e quindi dalla Dittatura del capitale e la crisi del mondo: «Siamo immersi in una formazione economico-sociale dominante ma decadente, percorsa da contraddizioni distruttive. Il sistema perde efficienza, la produzione ristagna, il pianeta degrada, la disoccupazione e la precarietà si diffondono, la povertà si estende, e milioni di persone muoiono di stenti e di fame nel mondo. I rischi di una guerra nucleare crescono. Sono segnali drammatici che ci indicano uno stato di fatto di enorme portata: siamo entrati nella fase decadente di un sistema, cui corrisponde la fine del dominio degli Stati Uniti nel mondo. La crisi in cui viviamo non è solo economica, è la crisi generale di un'intera formazione storica. Sono in gioco la libertà e l'uguaglianza degli esseri umani, l'esistenza stessa del pianeta, pur in presenza di una rivoluzione scientifica e tecnologica che consentirebbe di avanzare sulla via di una nuova, più elevata civiltà. E l'Italia sta dentro questo processo a cui si sommano antiche arretratezze.» [Introduzione].

Esamina poi e mette a nudo via via: l'estrazione dei profitti dagli esseri umani e dalla natura; la finanza e il profitto über alles; la scienza e la tecnica al servizio dello sfruttamento del lavoro; i cambiamenti radicali intervenuti nel lavoro e nei rapporti sociali; la concentrazione della proprietà e la globalizzazione della povertà..., per giungere poi a ciò che Ciofi chiama il culmine della lotta di classe.

« Il dato che più colpisce è lo smisurato aumento delle disuguaglianze: tra i diversi Paesi, al loro interno e tra le classi sociali. Ma non si tratta di una temporanea "asimmetria" del sistema. È stato dimostrato, dati alla mano, che nell'assetto sociale dominante uscito vittorioso dalla guerra fredda con i Paesi del cosiddetto «socialismo reale» le disuguaglianze non sono un retaggio del passato, bensì un fattore costitutivo del meccanismo di funzionamento del sistema. E perciò continueranno a crescere nel futuro con effetti devastanti sulla vita delle persone e sull'intero ambiente naturale.

Una domanda non si può evitare. Che senso hanno in queste condizioni l'uguaglianza e la libertà per l'operaio di fabbrica e per il dipendente dalla piattaforma digitale, licenziati via internet e buttati sulla strada come scarti dall'algoritmo impostato sui criteri del massimo profitto? Che senso hanno per la massa dei giovani precari senza reddito e senza prospettive nella vita; per le lavoratrici e i lavoratori cognitivi, della ricerca e dell'informazione, sempre più instabili e sottoposti al nuovo taylorismo della rete; per gli addetti ai servizi pubblici e privati e alla catena agroalimentare, spesso non contrattualizzati e stretti tra bassi salari e assenza di tutele?

E per le donne, che patiscono a causa della doppia oppressione di classe e di genere, del doppio o triplo lavoro tra casa, fabbrica, ufficio e famiglia? Per i pensionati, che quando possono aiutano i nipoti e spesso tirano a campare con pensioni di fame; per fasce crescenti di ceto medio impoverito delle professioni autonome; per tutti quei nuovi poveri, uomini e donne, che sono aumentati a vista d'occhio, e che incontri sempre più spesso nelle strade e nelle piazze delle nostre città. E per i migranti, costretti a fuggire dalle guerre, dalla povertà e dalla fame, dalla rapina e dalla desertificazione sempre più ampia dei loro territori. Che senso hanno per tutti costoro le parole uguaglianza e libertà?» [Introduzione]

Il Manifesto procede quindi con una puntuale e spietata analisi dedicata specificamente all'Europa, mettendo in luce le vergogne del capitale e indicando le linee per l'Europa dei popoli e dei lavoratori. All'interno: l'Italia e il fallimento delle classi dirigenti e i guasti di un capitalismo querulo e predone.

Riprendendo, nel titolo dell'ultimo capitolo, con minima variazione, la celebre definizione marxiana del comunismo, Ciofi esprime la possibilità e necessità di un movimento reale che cambi lo stato di cose presente. Con cognizione di causa e coraggiosa provocazione Ciofi riprende il termine abbandonato e ricusato con orrore di rivoluzione. Dirà poi di quale rivoluzione occorra per il nostro tempo: «Rivoluzione. Usiamola questa parola, tiriamola fuori dalla discarica della storia in cui hanno tentato di seppellirla i tecnocrati al servizio dei proprietari universali e dei loro "serbatoi del pensiero", i reazionari e i benpensanti, e anche i riformisti (non i riformatori) di ogni specie. Di fronte a una rivoluzione scientifica e tecnologica in atto che con il digitale ha cambiato e continua a cambiare i modi di lavorare e di vivere, i vari riformismi praticati in questi anni si sono posti in difesa della conservazione dei rapporti sociali esistenti, portandoci allo stato di instabilità, di insicurezza e di pericolo in cui vive il mondo di oggi. Mentre la libertà e l'uguaglianza hanno assunto con le piattaforme digitali contenuti ed espressioni inedite rispetto al passato, che reclamano non l'aggiustamento del sistema bensì il suo superamento, una civiltà superiore.»

Ed ecco infine quale rivoluzione. Muovendo dalla presa d'atto che una fase si è conclusa, e se si vuole avanzare verso il socialismo, la via maestra è per noi, per l'Italia ma con validità generale, la Costituzione Repubblicana. Poiché «se il problema oggi è dare impulso a una nuova stagione di uguaglianza e libertà, la Costituzione della Repubblica Italiana indica il percorso. È l'unica Costituzione europea che consente, attraverso la sua attuazione, di aprire la strada a una civiltà più avanzata, a un nuovo socialismo». Attorno al suo potenziale rivoluzionario − di una rivoluzione democratica e socialista; nuova rispetto a quanto la storia del secolo breve ci ha dato; e perciò la rivoluzione necessaria e possibile del nostro tempo − dobbiamo e possiamo, dunque, ricostruire il protagonismo e l'organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori del XXI secoloe, su queste basi, dare vita ad una formazione politica, ad un Partito, rivoluzionario popolare e di massa.