Per la Critica

A PROPOSITO DI “NORMA” LINGUISTICA

di Stefano Gensini 

In Italia c'è tradizionalmente molta attenzione agli interventi in tema di lingua che compaiono sulla stampa, in tv, e oggi, sempre più spesso, in rete. Illustri linguisti di svariato orientamento (da Tristano Bolelli a Tullio De Mauro) e abili divulgatori (ricordate Cesare Marchi?) hanno affidato ai giornali loro rubriche periodiche su questa o quella parola, su questo o quel fenomeno linguistico, suscitando interesse e risposte ben oltre l'ambito specialistico o accademico. E sì che l'italiano è stato per secoli lingua solo scritta, oggetto di riflessioni e, spesso, di lunghe e complicate diatribe, proprio e solo in sede accademica. Ma forse è proprio per questo che, quando si tratta di giudicare se una forma è corretta o meno, se "si può" o "si deve" dire così e così, tante lampadine si accendono.

Probabilmente, voglio dire, è proprio il senso di insicurezza che discende dalla nostra tradizione storica, in cui solo da pochi decenni l'italiano è disponibile come lingua parlata alla quasi totalità della popolazione, a fare da reagente. Per non dir nulla del peso che ancora oggi hanno le differenze regionali. Si ha un bel dire che la lingua si è uniformata, che la tv ha ammazzato i dialetti e la rete ha sparso il sale sulle rovine: quando voglio intrattenere i miei alunni con qualcosa di divertente, mi basta chieder loro come chiamano, a casa, questo o quell'oggetto di uso domestico. Esilarante, anche perché - si dice, ed è pure vero - l'università è scuola d'élite. Ma i miei alunni di Napoli ignorano che bussare a Roma significa fare knock knock alla porta (ché a Napoli si bussa il campanello o il clacson - entrambi complemento oggetto!); e i miei alunni romani restano a bocca aperta a sentir dire che quel che loro chiamano stampella a Cagliari si chiama attaccapanni e in buona parte del Nord ometto. Giochini, si dirà. Ma c'è qualcosa di importante che passa di qua, e non sarà proprio un caso se una rubrica come La Crusca risponde,che anni fa era un angoletto pregiato e riposto dell'editoria, frequentato da appassionati e da esperti, è via via diventato un vero e proprio sportello linguistico, utilizzato da un numero crescente di persone. (Si vedano ora le consulenze linguistiche della Crusca al sito: https://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica)

Ma tutto ciò vuol essere solo la premessa un ragionamento un po' più sottile, spero non contorto. Quando dalla curiosità lessicale si passa a un livello appena più complesso, diciamo al livello della frase semplice, le incertezze, i dissidii e talvolta le risse (ma «queste sono placide battaglie», diceva un saggio letterato del primo Settecento) spesseggiano. Per esempio, in uno dei suoi deliziosi post in Facebook Gualberto Alvino, collaboratore fra l'altro di questa stessa testata, ha chiesto ai suoi abituali lettori (tra i quali chi scrive) quale fra la costruzione «Fino a nove mesi fa ero una donna sicura di sé. Poi mi sono innamorata» e la costruzione «Fino a nove mesi fa ero una donna sicura di me. Poi mi sono innamorata» sia quella corretta. In realtà il caso era stato sollevato da un autorevole storico della lingua, Luca Serianni, che però ha preferito sospendere il giudizio in proposito. Alvino riprende il dilemma, arricchendolo di commenti, e lo sottopone a referendum. Non stiamo adesso a dire chi ha ragione e chi torto (io un parere ce l'ho, e anche Gualberto; ma non importa in questo momento). Anche perché cercherò di argomentare che torto e ragione sono categorie male adattabili alla materia della lingua: lo aveva visto bene, tanto per cambiare, un classico, esattamente Daniello Bartoli, nel suo trattatello Il torto e diritto del non si può, uscito a metà Seicento.

Molti degli interlocutori di Alvino, ma lo stesso fanno i frequentatori di altre rubriche linguistiche, chiedono dunque quale sia, volta per volta, la forma corretta (o quanto meno opportuna), e quale quella errata, che cosa dica la norma e così via. La mia sensazione è che spesso questi dibattiti siano viziati da un concetto scolastico e acritico di 'norma', che fa velo a una comprensione della situazione linguistica (almeno) italiana. Proverò a spiegarmi con un paio di esempi miei. Trovo in un articolo di Repubblica il seguente deverbale: "L'esautorazione del comitato editoriale ecc. ecc.". Esautorazione. Ma non "si dice" esautoramento? O tutti e due? A me viene spontaneo dire esautoramento, ma non si può affermare che esautorazione sia non-grammaticale. I due suffissi in gioco sono entrambi utilizzati nella lingua per modellare nomina actionis, sono entrambi, cioè, nel 'sistema' della lingua, ma la struttura in -amento è normale, mentre quella in -azione qui non lo è. Il sistema della lingua, cioè l'insieme delle possibilità costruttive che questa offre, è quello che ci fa capire - nel caso specifico - la sinonimia dei termini; la norma ci dice invece che cosa è comunemente accolto dai parlanti, che cosa è "non-marcato" (per dirla con un termine tecnico).

Questa distinzione fra sistema e norma non è mia, ma di un grande linguista scomparso anni fa, Eugenio Coseriu: sostituisce alla nozione di norma come regola quella di norma come "ciò che è normalmente accolto dai parlanti", un dato - cioè - empiricamente e statisticamente verificabile. Altro esempio: in italiano la stragrande maggioranza della popolazione pronuncia la R come vibrante; ora, il sistema della lingua ammette anche altre realizzazioni, ad es. quella uvulare, alla francese, comune in certe zone del Nord Italia con sottofondo dialettale gallo-italico. Diremo pertanto che la R uvulare è scorretta? No, diremo che non è normale. Ma non v'è motivo di censurarla e suppongo che neanche all'attuale governo, noto per la sua creatività intellettuale, verrà in mente di emanare decreti a tale proposito.

Ma a questo punto qualcuno dirà: ma insomma, allora qui tutti fanno come gli pare (e si noti l'uso normale, ma in teoria agrammaticale del gli)? Cominciamo con l'esautorazione e chissà dove andremo a finire. Non è esattamente così. E' evidente che la norma, intesa à-la Coseriu, è la registrazione della cogenza dell'uso, di una variabile storicamente data, soggetta a modifiche, come ogni elemento di natura temporale. Il lui soggetto (anziché egli), per dire, è stato per secoli una sorta di tabù, e non c'è voluto meno dell'autorità dei Promessi Sposi per sdoganarlo. E se affinché oggi si legge solo nelle leggi e nessuno lo usa più, non solo parlando ma anche in gran parte dei testi scritti, ciò significa che il suo sostituto normale - perché - è degno della matita blu? Si converrà che così non è.

La terza categoria di cui abbiamo bisogno per orientarci nel magma della lingua è l'uso, cioè la pratica comunicativa concreta, scandita da coordinate geografiche (l'Italia delle Italie di cui parlava De Mauro), sociali (perché le differenze sociali ci sono, eccome!) e di registro (legate queste ultime al mutevole livello di formalità delle circostanze). L'uso individuale della lingua, situato in questo complesso crocevia, bordeggia, o talora confluisce in usi collettivi che, nel loro confrontarsi e intersecarsi, determinano la medietas della norma. Essa può non piacerci, talvolta. Ma, come dicevano gli antichi, neanche Cesare può dire ai Romani come debbono parlare. Può, certo, consigliarli, provare a suggerire o persino, se ne ha la forza, imporre per un certo tempo un uso; ma, il più delle volte, questo alla fine va da un'altra parte. Torna in mente il celeberrimo caso dell'Appendix Probi, quell'elenco di forme scorrette che un remoto maestro della tarda romanità percepiva sulle bocche dei suoi scolari, e a esse contrapponeva, invano, quelle del latino dei classici. Quasi lo vediamo, dritto con la bacchetta in mano, ripetere ad alta voce: OCULUS, NON OCLUS; AURIS, NON ORICLA. Siamo tutti con lui, in certo modo, ma non c'è stato niente da fare; la storia ha scelto occhio (<oclus) e orecchia (<oricla), lasciando le forme classiche per i costrutti cólti (oculare, auricolare e simili).

Finisco con un esempio ben noto agli esperti, e che adopero spesso quando insegno, per spiegare agli studenti il meccanismo della variazione (e della norma) linguistica. E' l'esempio del che polivalente, di una particella, un connettivo sintattico, il cui uso si è negli ultimi decenni curiosamente allargato, legittimando forme che, a rigore di norma (in senso tradizionale) andrebbero aspramente censurate. Prendo i materiali da una lezione del glottologo Vincenzo Orioles: frasi come

1.non tardare che (= perché) la cena è pronta

2.mangia che ti fa bene

3.aspetta che salgo in macchina

4.aspetta che te lo spiego

5.divenne tifoso che aveva appena sei anni

a ben guardare esulano dagli usi canonici di che: non introducono una proposizione dichiarativa e neanche sono forme ortodosse di pronome relativo. Ma, chiedo ai miei studenti, e chiedo ora ai miei eventuali lettori malacodiani, se non ve l'avessi fatto notare io, avreste detto che sono forme anomale? Gli studenti (che di solito sono piuttosto rompiscatole, cioè sanamente critici) rispondono onestamente di no. Sentono queste forme del tutto normali, dichiarano di usarle e le scriverebbero senza alcun imbarazzo. Beh, "così spero di Voi". Si noterà che il che, accanto ai suoi usi "grammaticali", ha assunto qui una funzione causale (ess. 1 e 2), una funzione temporale (es. 5) e una funzione consecutivo-causale (ess. 3 e 4). Il grande Petrarca ci regala una perla ("questa vita terrena è quasi un prato / che'l serpente tra' fiori e l'erba giace": Rerum vulgarium fragmenta, sonetto 78) dove alla già vista sfumatura consecutivo-causale se ne aggiunge una locativa, che finora non avevamo incontrato (ma che è molto frequente).

Per quanto anomale, insomma, la coscienza linguistica sembra aver ormai metabolizzato queste forme, senza (a me pare) più avvertirle come tali. Esse sono divenute normali, sono passate cioè dal sistema (virtuale) della lingua alla sua norma, dopo un lunghissimo lavoro di selezione attraverso l'uso di generazioni. (Spiegano gli storici della lingua che in realtà il che polivalente era ben vivo già nell'italiano del Trecento, ce ne sono parecchi casi anche in Dante: evidentemente esso è una movenza originaria del sistema dell'italiano, narcotizzata dalla grammatizzazione del Cinque-Seicento e riemersa negli ultimi decenni, nel momento in cui i vincoli della tradizione grammaticale e scolastica, basati sulla scrittura, hanno ceduto sotto l'urto del parlato).

Ma vediamo adesso altri casi di uso polivalente del nostro che. Li riprendo ancora una volta da Orioles:

7. Quel mio amico che gli hanno rubato la macchina

8. Il giorno che ti ho incontrato

9. La penna che io scrivo [ovvero: che ci scrivo] è nera

10. È un tipo che è meglio non fidarsi

11. Ho visto un lago che (dentro) c'erano tanti pesci

12. La casa che ci sei stato ieri

Il caso 8. corrisponde (in parte) all'esempio petrarchesco e per quel che mi risulta è una tipologia ormai pienamente neutra. I casi 7., 9, 10.-12. Sono larghissimamente presenti nell'uso parlato, colloquiale, indipendentemente o quasi, direi, da variabili socio-istruzionali. Almeno a Roma, li sento usare di frequente, sia al supermercato sia dai miei conoscenti avvocati, professori e psicanalisti (che del resto ogni tanto andranno anche loro a fare la spesa). Ho qualche dubbio su 9., che avverto come connotato diastraticamente (cioè come forma "bassa"), ma gli altri sono decisamente interclassisti.

Ma c'è naturalmente una differenza rispetto ai casi 1.5. visti sopra. Mentre quelli sono normalizzati, sono cioè avvertiti come non-marcati nell'uso e non abbiamo problemi a usarli sia parlando sia scrivendo, 7.-12. (con la possibile eccezione di 9.) li usiamo senza preoccupazione nella conversazione informale, ma li eviteremmo in contesti anche mediamente formali e di certo non li metteremmo per iscritto (forse in uno sms, ma non in una lettera). Beviamo dunque fino in fondo - si licet - l'amaro calice. Questa ultima serie di esempi non è strutturalmente diversa dalla prima: solo, non è entrata fino in fondo nella norma; almeno a certi livelli di uso resta marcata (almeno per parlanti-scriventi di competenza alfabetica medio-alta). Ma nessuno ci dice che fra vent'anni le cose staranno ancora così. Le forme in questione galleggiano nell'uso e il loro destino è incerto. Può darsi che restino lì, nel limbo, disponibili a utilizzazioni rilassate e colloquiali, ma inadatte a usi riflessi, e può darsi anche che via via il senso di anomalia che oggi percepiamo si attenui, si assopisca fino a lasciarsi assorbire in ciò che i parlanti avvertiranno come normale, non-marcato.

Queste considerazioni non implicano - vorrei che fosse chiaro - che chi insegna debba omettere di fare osservare ai discenti what is going on in fatto di lingua: anomalie, contraddizioni, oscillazioni d'uso, variabili di registro vanno segnalate ed è giusto spiegarne la distribuzione, i meccanismi di valutazione collettiva inerenti a ciascuna tipologia di uso e così via. Implicano invece che, quando ci disponiamo a studiare scientificamente la lingua, mettiamo da parte gli schemi scolastici in cui siamo cresciuti e proviamo a pensare in modo critico concetti come quelli di norma o grammatica il cui uso è troppo spesso (almeno a me pare) fuori controllo.