A 150 ANNI DALLA “BRECCIA DI PORTA PIA” UN’OCCASIONE PER RIFLETTERE SUL PASSATO DI ROMA CAPITALE GUARDANDO

AL FUTURO

di Aldo Pirone

Alle nove di mattina del 20 settembre 1870 i bersaglieri al comando del generale Raffaele Cadorna, iniziarono a Porta Pia il bombardamento delle mura Aureliane per aprirvi una breccia ed entrare in città. Un cronista d'eccezione, Edmondo De Amicis, allora giovane tenente dell'esercito italiano, annotò: "la porta Pia era tutta sfracellata; la sola immagine della Madonna, che le sorge dietro, era rimasta intatta; le statue a destra e a sinistra non avevano più testa; il suolo intorno era sparso di mucchi di terra; di materassi fumanti, di berretti di Zuavi, d'armi, di travi, di sassi. Per la breccia vicina entravano rapidamente i nostri reggimenti". Si compiva così, con una breve battaglia, l'unità d'Italia con Roma capitale - la proclamazione ufficiale avvenne il 3 febbraio 1871 - conquistata al "modico" prezzo di 49 morti fra gli italiani e 19 fra i pontifici. Tutto il movimento risorgimentale, sia i moderati monarchici sia i mazziniani repubblicani, aveva sognato quest'obiettivo. Cavour, l'architetto principale dell'unità italiana, lo aveva già detto in Parlamento il 27 marzo 1861, dopo la proclamazione del Regno d'Italia. "Perché noi abbiamo il diritto, anzi il dovere di chiedere, d'insistere perché Roma sia riunita all'Italia? - si chiedeva retoricamente il Conte Camillo Benso - Perché senza Roma capitale d'Italia, l'Italia non si può costituire". Poi, realista com'era, aggiungeva che due condizioni dovevano verificarsi: l'accordo con la Francia che era, con i suoi zuavi, la maggiore garante dello Sato Pontificio e la garanzia da parte italiana della libertà della Chiesa nell'ambito del rispetto della libertà di ogni confessione religiosa. Concetto da lui riassunto nell'espressione "libera Chiesa in libero Stato". L'altro leader popolare della sinistra risorgimentale, Garibaldi, cercò per ben due volte di forzare la situazione: nel 1863 quando fu fermato e ferito in Aspromonte dalle truppe italiane e nel 1867 quando venne sconfitto dagli zuavi papalini a Mentana mentre a Roma abortiva l'insurrezione garibaldina. A Villa Glori cadevano i patrioti fratelli Cairoli e a Trastevere, nel lanificio Ajani dove s'era barricata insieme a 40 patrioti, veniva massacrata dai pontifici Giuditta Tavani Arquati, incinta di un quarto figlio, insieme al marito, a un altro giovane figliolo e a dieci insorti.

Tre anni dopo, la sconfitta della Francia a Sedan nella guerra contro la Prussia rese possibile l'impresa italiana di Porta Pia essendo venuta meno a Papa Pio IX la protezione militare e diplomatica di "Napoleone il piccolo". Non venne meno, invece, l'ostilità del Pontefice che si rinchiuse in Vaticano ritenendosi prigioniero degli italiani (più frequentemente chiamati allora piemontesi), malgrado che il parlamento italiano votasse l'anno dopo la legge delle guarentigie a garanzia della libertà della Chiesa e del Papa. Se ne sarebbe riparlato quasi sessant'anni dopo quando Pio XI trovò in Mussolini "l'uomo della Provvidenza" ben disposto a chiudere con soddisfazione del Vaticano la "Questione romana".

La scelta della classe dirigente liberale

Alla nuova classe dirigente monarchica si pose subito dopo la presa della città la questione di come dare un contenuto socio-economico a Roma capitale del neonato regno italiano. Quella che i bersaglieri liberarono dal dominio temporale del papato, fra l'esultanza della maggior parte del popolo romano che ai fanti piumati tributa ancora applausi sperticati, era una città sì universale perché sede del Pontefice cattolico di Santa Romana Chiesa, ma, al tempo stesso, era un grande paesone che si racchiudeva grosso modo nell'abitato di Campo Marzio, circondato da grandissime ville patrizie dell'aristocrazia papalina e dai ruderi imponenti della Roma repubblicana e imperiale su cui era cresciuta, attaccandovisi come l'edera, la città medievale. Nonostante che il Rinascimento avesse lasciato un segno urbanistico profondo con Papa Sisto V che aveva riorientato il Campidoglio e disegnato grandi assi viari mentre nel campo delle opere d'arte e architettoniche operavano sull'Urbe, in quella grande stagione artistica, geni come Michelangelo, Raffaello, Bramante, i Sangallo, Fontana e altri che, tra tante realizzazioni, avevano messo mano anche nella costruzione durata un secolo e più della nuova Basilica di San Pietro.

Il problema da risolvere per i governanti liberali lo aveva delineato bene lo storico tedesco Theodor Mommsen che, passeggiando con Quintino Sella, ministro delle finanze, tra le rovine del Foro romano, lo aveva avvertito: "Deve sapere che a Roma non si può stare senza avere un'idea universale". Al ministro venne la grande idea di fare della Capitale una città della scienza ma senza industria e operai. Come se agli esordi della seconda rivoluzione industriale si potesse separare la scienza dall'industria. A prendere piede non furono, perciò, l'idea nuova e universale richiesta dal Mommsen, né la "Terza Roma", quella dei nuovi ideali patriottici di libertà e uguaglianza da mostrare all'Europa e al mondo, dopo quella dei Cesari e dei Papi, vagheggiata da Mazzini. A orientare la scelta della nuova classe dirigente liberale fu, soprattutto, la paura del nascente proletariato che a Parigi stava per innalzare per la prima volta, anche se per breve tempo, la bandiera rossa della rivoluzione comunarda e socialista. Quel proletariato era da tenersi ben lontano dai palazzi del potere monarchico e borghese. "Roma deve concentrare tutte le forze intellettuali del paese - ebbe a dire, il Sella in parlamento - ma non sarebbero opportuni gli impeti popolari di grandi masse di operai. Io penso che debba spingersi la produzione e il lavoro, sotto tutte le forme, nelle altre parti del regno".

Speculazione edilizia e burocrazia

Questo scelta segnò fino ai nostri giorni il destino economico e sociale di Roma. La città non divenne il centro della scienza immaginato da Quintino Sella né concentrò la forza degli intellettuali, ma fu scenario di una sfrenata speculazione edilizia e di un massiccio insediamento burocratico-ministeriale indotto dal nuovo ruolo di capitale d'Italia. La vera risorsa a disposizione dello sviluppo della città era il territorio proprietà in grandissima parte dell'aristocrazia nera e papalina e delle grandi famiglie borghesi, il famoso "generone" romano. All'aristocrazia nera non fece ostacolo l'obbedienza al Papa per fare affari con i "piemontesi". Tenne i portoni dei suoi palazzi chiusi per decenni in segno di lutto per l'oltraggio subito dal "Papa Re", ma aprì volentieri e subito, con la benevola supervisione del Vaticano medesimo, le sue casseforti al denaro degli "usurpatori" liberali. Già l'arcivescovo De Merode sul finire del regime papalino aveva intuito le potenzialità speculative di Roma dando avvio all'urbanizzazione sui terreni di villa Strozzi fra le Terme di Diocleziano, nei pressi delle quali era stata attestata nel 1863 la Stazione Termini, e il Corso (l'asse viario divenne in seguito via Nazionale-via Quattro Novembre); e quella dei "prati di Castello" (quartiere Prati) vicini al Vaticano. Seguì a ruota la sparizione dei 30ha della magnifica Villa Ludovisi che si estendeva dalla porta Salaria alla porta Pinciana e da qui fino ai confini dei conventi di S. Isidoro e dei Cappuccini, di proprietà della famiglia Boncompagni-Ludovisi; una speculazione urbana innervata sulla futura Via Veneto.

Da allora si edificò densamente fino alle mura Aureliane e oltre, nell'agro romano, povero, deserto malarico, in cui, come scriveva il Belli, "Dove te vorti una campaggna rasa / come sce sii passata la pianozza / senza manco l'impronta d'una casa! / L'unica cosa sola c'ho ttrovato / in tutt'er viaggio, è stata una bbarrozza / cor barrozzaro ggiù mmorto ammazzato". In questa cavalcata durata un secolo e mezzo, passata attraverso varie epoche e regimi politici e istituzionali senza rispettare i disegni di ben 5 piani regolatori, vi sono stati sostanzialmente solo due tentativi di mettere ordine a un'espansione disordinata dominata dalla rendita fondiaria: all'inizio del novecento con il Sindaco Nathan (1907-1913) espressione di un blocco politico e sociale progressista e alla metà degli anni '70 del medesimo secolo con le giunte di sinistra guidate dai comunisti con i Sindaci Argan, Petroselli e Vetere (1976-1985). Mentre il centrosinistra di Rutelli e Veltroni degli anni '90 e 2000 va visto criticamente soprattutto per le politiche urbanistiche realizzate in un rapporto troppo accondiscendente con i moderni protagonisti della speculazione edilizia.

La specificità della classe lavoratrice romana

Nel paesone liberato dai bersaglieri il 20 settembre, il lavoro operaio, quello della grande manifattura, era quasi inesistente. A Roma operava una miriade di artigiani e domestici al servizio del clero, della nobiltà e del "generone" borghese. La classe operaia romana, avendo escluso la classe dirigente liberale di farne una città industriale, si formò prevalentemente nell'edilizia alimentata dalla speculazione: fornaciai, carpentieri, muratori, imbianchini. A essa si affiancarono ben presto i lavoratori dei servizi municipalizzati da Nathan: tramvieri, gasisti, elettrici. Inoltre, con l'arrivo dei ministeri crebbe numeroso il ceto impiegatizio. Anche lo sviluppo delle ferrovie, con la creazione di molte stazioni intorno e dentro la città, fece sì che si creassero nuclei numerosi e compatti di ferrovieri. Infine un ruolo non secondario nella formazione di una classe lavoratrice romana lo ebbero i tipografi, operai specializzati nella fattura dei giornali e della carta stampata in genere allora unico veicolo d'informazione. E' tra tutti questi lavoratori, compresi i numerosi artigiani, che cominciarono a circolare le idee del socialismo, a formarsi i sindacati a essere fondata nel 1892 la Camera del lavoro. Nelle elezioni a suffragio universale maschile del novembre 1919 il Partito socialista risultò primo e l'Avanti scrisse: "La leggenda che dipingeva Roma come una terra refrattaria alla propaganda rivoluzionaria è oggi una leggenda sfatata". Anche durante il fascismo, nella clandestinità più profonda, l'avversione al regime mussoliniano non cessò di esistere. Era nelle osterie popolari, dove la sera si ritrovavano operai e artigiani, che insieme al vino, scorrevano anche le idee di rivolta. In base al censimento del 1936, in pieno ventennio fascista, i capi famiglia operai erano 99.666, gli elementi complessivi di queste famiglie erano 411.292. Se a questi operai si sommano le 19.614 persone di servizio e di fatica più i 75.000 membri dei loro nuclei familiari, si vede che il ceto popolare operaio era circa il 45% dell'intera popolazione (1.084.149). I capifamiglia artigiani erano 11.719 con 55.119 familiari, il ceto impiegatizio era di 60.821 capifamiglia e 236.130 familiari. E' da notare che il censimento fascista classificava il ceto proprietario come "Padroni": 20.000 a capo di 95.659 familiari. Tra gli operai i metalmeccanici non superavano le 30.000 unità, distribuite in piccole e medie aziende mentre gli operai edili erano circa 60.000; gli addetti all'industria erano circa 70 ogni 1.000 abitanti. Roma non era una città industriale ma non era neanche priva di una larga presenza di lavoratori dipendenti e artigiani. Quando arrivò il momento, fu questa classe lavoratrice e artigiana creatasi anche senza le grandi fabbriche, fortemente radicata nelle zone e nelle borgate di periferia, ad essere l'anima della Resistenza popolare che, iniziata all'Ostiense e a Porta San Paolo, per nove mesi colpì quotidianamente i nazifascisti. Dopo, essa fu elemento fondamentale della costruzione di quel blocco sociale e politico progressista laico, popolare e popolano, che lungo un trentennio di lotte sindacali e sociali, culturali e politiche, seppe diventare forza di governo con il Pci di Petroselli. Ci diventò avendo chiara "una nuova idea di Roma", come andava proponendo "Giggi", il segretario dei comunisti romani poi diventato il sindaco più amato. Un'idea di sviluppo che mettesse in relazione il risanamento e la riqualificazione urbanistica delle periferie con la valorizzazione del patrimonio archeologico, la ricollocazione delle funzioni direzionali pubbliche (ministeri) fuori dal centro storico - per altro prevista dal Piano regolatore generale del '65 - e la modernizzazione complessiva della capitale in un orizzonte di accrescimento dell'eguaglianza sociale e di accorciamento delle distanze urbane e sociali fra periferie e centro storico..

Un'occasione per rifletteresul futuro di Roma.

Riflettere oggi, in occasione del prossimo centocinquantesimo anniversario di Roma capitale, sulla storia del movimento popolare romano può sicuramente aiutare nel lavoro di costruzione di un nuovo e moderno blocco sociale e politico progressista cui è legata la prospettiva di rinascita sociale, civica e culturale di Roma. Le periferie del degrado sociale e urbano, che nel primo quarantennio repubblicano furono i fortilizi della sinistra e luogo di lotte memorabili per il riscatto sociale e civile della città, oggi sono diventati preda della destra fascistoide e xenofoba. La terza periferia, quella ultima che si estende a cavallo e oltre del GRA, è il frutto ultimo e avvelenato della consueta espansione speculativa della città con cui, a sinistra negli ultimi lustri, si è pensato di trovare un "appeasement" dettato da una politica subalterna al neoliberismo tutta incentrata sull'immagine luccicante della città e forte di una informazione massmediale (giornali e Tv) compiacente. L'abbandono da parte della sinistra "buonista" del popolo delle periferie più antiche e recenti, ha fatto sì che questa medesima sinistra deraciné divenisse attrattiva nei quartieri benestanti e borghesi grazie al suo politicismo esasperato dall'etica declinante - il famigerato "modello Roma" - ben presto spazzati via dal rancore sociale e dal populismo demagogico; prima dalla destra di Alemanno e poi da quello del M5s con la Raggi. Un capovolgimento di insediamento sociale che fotografa con un'istantanea impietosa il declino della sinistra romana.

L'dea di Quintino Sella di fare di Roma capitale della scienza, ovvero un grande centro di ricerca scientifica, oggi, nell'era delle nuove tecnologie e della rivoluzione tecnologica permanente, può forse essere ripresa e divenire realtà perché le cose che lui voleva separare illusoriamente già all'epoca, lavoro industriale, scienza e tecnica sono attualmente ancor più intimamente connesse nel mondo produttivo dominato dal digitale. La città presenta tutte le occasioni, tutti i problemi e tutte le risorse per essere impegnata nei nuovi orizzonti neokeynesiani dello sviluppo europeo delineati dal next generation eu basati sul green new deal e sulla transizione digitale. Dal patrimonio ambientale da salvaguardare e valorizzare alle energie rinnovabili da adottare su larga scala (dai condomini alle aziende, dagli edifici pubblici alla mobilità), dalla pubblica amministrazione ai servizi collettivi e alla persona da digitalizzare e modernizzare, dal patrimonio artistico e archeologico da preservare e rendere fruibile alle università (4 statali e 8 private) e ai numerosissimi centri di ricerca da coordinare e mettere in rete per creare nuova e qualificata occupazione giovanile, dai fermenti culturali e creativi da potenziare e sviluppare in tutti i campi all'industria massmediale e cinematografica da rilanciare. E' questo il volano di un nuovo sviluppo che può mettere in archivio sia quello speculativo fondato sul consumo di suolo sia quello burocratico legato a una pubblica amministrazione obsoleta e sonnolenta.

Uno sviluppo che metta assieme antico e moderno guardando al futuro. Quello di una nuova Europa della solidarietà e dei diritti.